Solo una piccola quota delle criptovalute inviate ai mixer è risultato di attività illecite, lo dimostra un rapporto Chainalysis

Chi ci segue abitualmente sa che non passa settimana senza che ci ritroviamo a commentare le dichiarazioni di qualche politico di rilievo ossessionato dal terrore che l’uso delle criptovalute possa semplificare le attività illecite; stranamente, come diciamo sempre, quegli stessi politici che non dormono la notte al pensiero che le cripto possano favorire il riciclaggio di denaro non hanno mai fatto nulla per contrastare i paradisi fiscali o prevenire l’accantonamento di fondi neri da parte delle aziende (forse perché quegli stessi fondi neri rientrano nelle tasche della politica sotto forma di mazzette). Grazie a Chainalysis, che ha appena diffuso un report in proposito, possiamo finalmente tranquillizzare questi politici e permettergli di tornare a riposare serenamente, con un nuovo rapporto, infatti, l’azienda di analisi statistiche blockchain ha dimostrato che persino per quanto riguarda l’attività dei mixer (siti internet che ben si prestano al riciclaggio di denaro) solo una minuscola parte della liquidità in transito rappresenta attività illecite, mentre il restante è riconducibile semplicemente a persone comuni che hanno particolarmente a cuore la propria privacy; nessun illecito, quindi, ma solo il desiderio di tutelare quello che rimane un diritto fondamentale di ogni cittadino. Come si evince dal rapporto di Cahinalysis, infatti, la stragrande maggioranza dei fondi inviati ai mixer proviene direttamente dagli exchange, il che indica che tali fondi sono sostanzialmente profitti da trading e che i mixer vengono utilizzati principalmente a difesa della propria privacy e non per attività illecite. Intendiamoci, i mixer sono sicuramente siti a rischio e possono certamente essere usati per ripulire il denaro guadagnato con attività illecite, il punto però è che il rapporto di Chainalysis dimostra che appena il 2,7% di questi fondi ha provenienza dalla darknet e può quindi essere considerato come guadagno ottenuto indebitamente per mezzo di attività illecite (frodi, estorsioni, furti, etc); diverso il discorso per quanto riguarda i furti di criptovalute dalle piattaforme di scambio, in questo caso gli hackers devono necessariamente ripulire quel denaro prima di spenderlo, altrimenti sarebbero identificabili molto facilmente. Nonostante però la quasi totalità delle criptovalute rubate dalle piattaforme di scambio finisca inevitabilmente dentro i mixer complessivamente questo denaro rappresenta appena l’8% dei volumi complessivi. In tutto, quindi, sommando le cripto ottenute attraverso l’hacking degli exchange a quelle provenienti dalla darknet appena il 10% dei fondi in transito dai mixer può essere ricondotto ad attività illecite; ben il 90% dei fondi in transito da questi siti, quindi, è di proprietà di persone che l’hanno guadagnato in maniera assolutamente legittima, con buona pace dei politici che, finalmente, potranno tornare a dormire serenamente.