Criptovalute e Fisco: come funzionano le tasse su bitcoin nel nostro paese

3d render of growing taxation concept

La fiscalità nel mondo delle criptovalute è un tema abbastanza complesso un po’ ovunque nel mondo ma nel nostro paese lo è particolarmente perché (come al solito mi verrebbe da dire) il legislatore italiano si è mosso con grande ritardo e con una lentezza che gli operatori del settore non possono che trovare snervante; a questo si aggiunge il fatto che la scarsa comprensione del tema da parte di chi dovrebbe scrivere le leggi ha aggiunto ulteriore confusione a un quadro già abbastanza caotico. Il tema potrebbe anche non porsi affatto dal momento che il nostro paese è già rimasto indietro e non esiste ancora una grande industria di settore in Italia; in linea di massima nel nostro paese siamo quasi tutti piccoli trader che operano con pochi fondi più con finalità di natura didattica che speculativa. Questo però non vuol dire che non ci siano italiani che stanno investendo fortemente in questa tecnologia ma solo che gli italiani che dispongono dei capitali necessari ad operare a livello “industriale” nel mondo delle criptovalute preferiscono farlo all’estero, dove la situazione è più chiara e dove non si rischia di passare guai col fisco nazionale. Fatta questa necessaria premessa tentiamo quindi di sbrogliare la matassa e capire come stanno le cose in Italia non prima di aver però sfatato alcuni falsi miti e dato una rapida occhiata a come stanno le cose nel resto del mondo.

Su bitcoin non si pagano le tasse: falso, le tasse sulle plusvalenze delle criptovalute si pagano ovunque nel mondo

Partiamo dagli USA dove la situazione è già abbastanza chiara e questo nonostante lo stato federale abbia deciso sostanzialmente di lasciare libertà d’azione ai singoli stati che quindi possono decidere autonomamente il da farsi; negli USA però le tasse sui guadagni in criptovalute vanno pagate, ovviamente in maniera diversa a seconda del modo in cui vengono realizzati i profitti, il regime di tassazione è quindi diverso tra aziende e persone fisiche, ma tutti i guadagni realizzati in bitcoin (o altra criptovaluta) sono soggetti a tassazione. Che tu stia ricevendo uno stipendio in cripto o che riceva pagamenti in questo modo (un affitto ad esempio, o altro tipo di transazione di natura commerciale), che tu faccia trading o che tu sia un miner negli USA le tasse si pagano e con un quadro normativo che ad oggi è già sufficientemente chiaro e privo di buchi. La situazione è sostanzialmente identica in UK, anche nel regno unito, come negli stati uniti, le tasse su qualunque profitto realizzato attraverso le criptovalute vanno pagate; ovviamente il fisco diversifica le tasse in base alla natura con cui i profitti vengono realizzati, ma senza entrare troppo nei tecnicismi (del resto io non sono un fiscalista) quello che ci preme evidenziare è che in questi due paesi non solo le tasse si pagano (contrariamente a quanto sostengono certi finti esperti che scrivono su giornali di rilevanza nazionale) ma c’è anche un quadro normativo estremamente chiaro in merito. Situazione altrettanto chiara in Australia dove pure le tasse sui profitti (indipendentemente che si tratti di mining, trading o ricezione di pagamenti per prestazione di beni e servizi) vanno pagate. In Giappone e Singapore abbiamo la stessa identica situazione, quadro normativo chiarissimo (senza buchi di sorta) e tasse dovute sempre e comunque; situazione ancora più semplice per il contribuente in Svizzera dove addirittura si sta sperimentando la possibilità di pagare le tasse direttamente in bitcoin. Per quanto riguarda invece la Russia dopo una prima fase di indecisione iniziale la situazione si è normalizzata ed attualmente in questo paese le criptovalute sono tassate in maniera chiara e senza buchi normativi di sorta, mentre per quel che riguarda l’India la situazione non è ancora chiara e il governo sta tuttora tentando di decidere come regolarsi (siamo quindi in presenza di un buco normativo). Sintomatico invece il caso della Polonia che inizialmente ha fatto un vero e proprio pasticcio a livello normativo creando paradossi per cui i trader di criptovalute rischiavano di trovarsi a pagare tasse per importi superiori ai profitti realizzati, ma da quello che ho avuto modo di leggere in estate pare che questi problemi si siano risolti e adesso la situazione si sia finalmente normalizzata. Ci sono però anche paesi che appaiono essere dei veri e propri paradisi fiscali in Europa, è questo il caso del Portogallo dove ad esempio i profitti da trading sulle criptovalute fatti da persone fisiche non sono soggetti a tassazione; tra i paesi segnalati come il sogno degli operatori in criptovalute ci sono anche l’Olanda (che però è un paradiso fiscale già di suo), la Slovenia e la Danimarca. Per quel che riguarda la corea del sud, per concludere, è di quest’estate la notizia che il governo sembrerebbe orientato a emanare un pacchetto di leggi che regolamenterà il pagamento delle tasse in maniera chiara e precisa.

Fisco e criptovalute: la situazione italiana sulle tasse da pagare per i profitti realizzati con bitcoin

Anche nel nostro paese le tasse andrebbero pagate, uso il condizionale perché come al solito in Italia la situazione è ancora caotica e manca un quadro normativo di riferimento chiaro e preciso; attualmente la fiscalità applicata alle criptovalute, infatti, è stabilità sulla base di alcune circolari dell’agenzia delle entrate che, in assenza di un quadro normativo ben definito, si basano su interpretazioni e adattamenti delle norme già vigenti. Mentre per quanto riguarda le transazioni di natura commerciale, come nel caso della vendita di beni e servizi (auto, appartamenti, affitti o anche il semplice conto del ristorante), il problema non si pone dal momento che queste transazioni sono soggette alla stessa identica tassazione a cui sono soggette le operazioni in euro, le cose non sono altrettanto chiare per tutto il resto. Per quanto riguarda l’attività di mining, ad esempio, non esiste un codice ATECO per questo tipo di attività, il problema non si pone per i piccoli miners che portano avanti questa attività a scopo sostanzialmente didattico realizzando profitti inferiori ai 5.000€ l’anno (trattandosi quindi di attività definita dal nostro ordinamento “discontinua, saltuaria ed estemporanea”) ma per chi dovesse realizzare profitti superiori a questo limite la situazione è sostanzialmente impossibile da gestire; in Italia non puoi aprire una partita IVA come miner e non esiste nemmeno un’altra attività assimilabile al mining che ti permetta di scegliere un altro codice ATECO, quindi i miners italiani sono sostanzialmente condannati ad operare nell’illegalità (per colpa dello stato però, non perché sono i soliti furbetti come qualche cialtrone va scrivendo in giro). E’ invece tassata l’attività di trading con aliquota al 26% sulle plusvalenze concretizzate quindi qualcuno sarebbe magari anche portato a pensare che un miner possa dichiarare i profitti al momento del cambio pagando quel 26% e mettendosi in regola; le cose, però, non stanno affatto così dal momento che in caso di eventuale controllo fiscale verrebbe richiesto di dimostrare la provenienza di quei capitali e un miner non sarebbe nella possibilità di fornire documenti validi a tal proposito. Qualcuno potrebbe pensare che comunque la situazione nel nostro paese è abbastanza chiara per quel che riguarda tutto ciò che non è mining ma qui si sbaglierebbe, la situazione è tragicomica anche per quel che riguarda il trading; in sede di controllo fiscale, infatti, dovresti attestare tutte le operazioni fatte e indovina un po’…

L’autocertificazione in questo caso (come è anche giusto che sia) non ha alcun valore; quello che intendo dire è che anche tenendo traccia di tutta la tua operatività su un foglio excell quello è un documento che ai fini di un eventuale controllo fiscale non avrebbe alcuna rilevanza. Il nostro ordinamento prevede infatti che sia la piattaforma di trading a fornirti un documento (che è una specie di estratto conto) che attesti tutte le operazioni eseguite ma come puoi facilmente immaginare i trader di criptovalute che hanno osato chiederne una copia alle varie piattaforme di trading si sono visti bellamente ignorati. Beh, ma magari potresti semplicemente stampare tutte le tue operazioni dallo storico che la piattaforma ti mette a disposizione normalmente ma indovina un po’…

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Anche questo documento non avrebbe alcuna validità in sede di controllo fiscale. Il problema quindi è che se da un lato secondo quanto stabilito dall’agenzia dell’entrate il trading in criptovalute è soggetto alla stessa tassazione cui è soggetta qualunque altra attività di trading non è possibile per il trader italiano fornire alcun documento valido per l’ADE attestante la sua operatività; ma il pasticcio non finisce qui, sempre l’ADE ha infatti equiparato le criptovalute a valute estere (e già questo per come la vedo io è una follia) proprio per giustificare il trattamento fiscale, ma c’è solo un piccolo problema: mentre per le valute estere Bankitalia rilascia un documento col tasso di cambio ufficiale su base giornaliera la stessa operatività per le criptovalute non esiste, quindi sostanzialmente è il contribuente che dovrebbe stabilire il tasso di cambio cosa che non è esattamente facile da fare dal momento che le cripto (come tutti sappiamo) sono soggette a una grande volatilità. Per intenderci facciamo un esempio e immaginiamo che io abbia comprato ltc e chiuso la posizione con un profitto del 25% su bitcoin, se ho investito 1btc me ne troverò in tasca 1,25; il profitto però lo devo calcolare in euro, quindi giocando sul tasso di cambio euro/btc potrei far risultare azzerato (o dimezzato, sempre per fare degli esempi) il profitto in euro. Tirando le somme quindi la situazione italiana è una palude, sulla carta le tasse andrebbero pagate ma nella sostanza per quel che riguarda il mining e il trading i contribuenti italiani non sono messi nelle condizioni di operare nella legalità e, qualora dichiarassero le loro entrate, in caso di verifica fiscale si troverebbero comunque sempre dalla parte del torto (per questo motivo per quanto mi riguarda tendo a considerare la fiscalità italiana sulle criptovalute una sorta di trappola per il contribuente).

Conclusioni

Lo scopo di questo articolo era anzi tutto dimostrare che contrariamente a quanto scrivano quella banda di cialtroni che spesso e volentieri si spacciano per esperti sui maggiori giornali economici del paese non è assolutamente vero che sulle criptovalute non si paghino le tasse; è vero anzi il contrario e cioè le tasse su bitcoin e i suoi fratelli si pagano praticamente ovunque nel mondo. E’ poi senza dubbio vero che ci sono dei paesi che appaiono essere sostanzialmente dei paradisi fiscali, ma questi esistono anche nel mondo della finanza tradizionale e mi pare che nessuno se ne curi (nonostante muovano capitali infinitamente superiori a quelli del mondo delle criptovalute); le tasse andrebbero pagate anche in Italia ma come abbiamo avuto modo di constatare qui è il legislatore che impedisce di operare nella legalità. E’ semplicemente folle, infatti, pretendere di adattare il quadro normativo vigente alle criptovalute, ma bisognerebbe invece scrivere un pacchetto di leggi ad hoc e non procedere per adattamenti di quelle già esistenti. La follia della situazione italiana è che da un lato chi opera con le criptovalute è tenuto al pagamento delle tasse ma dall’altro non potrebbe dimostrare la propria onestà in alcun modo in caso di verifica fiscale; e se pure potesse farlo ci riuscirebbe solo di fronte a un giudice cosa che imporrebbe l’avvio di una causa che (come sappiamo bene) durerebbe anni e avrebbe costi inevitabilmente esorbitanti che difficilmente una persona comune potrebbe permettersi soprattutto in virtù del fatto che il grosso degli operatori nel nostro paese non sono milionari. La situazione italiana è sostanzialmente una trappola e chi dichiarasse in perfetta buona fede i propri profitti si troverebbe comunque e sempre dalla parte del torto ed impossibilitato a dimostrare la propria buona fede; a questo si aggiunga che i commercialisti e i fiscalisti esperti di criptovalute nel nostro paese si contano sulle dita di una mano e loro stessi (in assenza di un quadro normativo chiaro e costruito ad hoc per questo mercato, non adattato alle norme già vigenti) procedono per interpretazioni. Tutta questa discrezionalità non può che esporre il contribuente a enormi rischi dal momento che se il professionista sbaglia l’interpretazione la responsabilità ricade comunque sul contribuente; non essendoci quindi ancora allo stato attuale una situazione chiara e ben definita gli operatori italiani (soprattutto per quanto riguarda chi fa trading e mining) sono sostanzialmente incentivati a nascondere la loro attività e ad operare nell’illegalità dal momento che corrono il rischio, in caso contrario, di ritrovarsi protagonisti loro malgrado di una situazione impossibile da gestire che somiglierebbe tanto (troppo) a quella descritta da Kafka ne “il processo”. La situazione ovviamente non potrà rimanere questa ancora molto a lungo e si spera chiaramente che ben presto lo stato italiano si degni di emanare quelle leggi necessarie a fare chiarezza e ad uscire dalla situazione attuale che è sostanzialmente una palude dentro la quale muoversi in sicurezza è sostanzialmente impossibile.