L’exchange di criptovalute Derbit si trasferisce a Panama, l’Europa non è un paese per bitcoin

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La notizia è stata diffusa il 9 gennaio scorso, per cui è ufficiale, Derbit, exchange di criptovalute basato in Olanda, trasferirà la propria sede a Panama il prossimo 10 febbraio; il motivo, chiaramente, è l’introduzione della nuova normativa antiriciclaggio europea che, una volta divenuta operativa, sarà così rigida da scoraggiare qualunque player, anche chi non si occupa di piattaforme di scambio, ad abbandonare l’eurozona. Nelle scorse settimane, ad esempio, abbiamo spiegato come pure un’azienda storicamente attiva in UE nel mercato del gaming abbia deciso di chiudere i battenti proprio per lo stesso motivo, le nuove norme antiriciclaggio, in pratica, pongono addosso alle aziende oneri così importanti per adeguarsi alla compliance da rendere l’attività sostanzialmente antieconomica. In ogni caso il quadro normativo a livello globale, in questo momento, è particolarmente instabile, complice anche l’iniziativa presa dal GAFI (gruppo di azione finanziaria internazionale) che ha preso di mira le cripto-anonime inducendo molte piattaforme di scambio, per adesso principalmente sui mercati asiatici, a procedere con numerosi delisting che hanno colpito monete anche decisamente rilevanti come, ad esempio, monero.

Mentre l’UE si appresta a varare nuove norme che rischiano di uccidere sul nascere l’industria degli asset crittografici, gli USA, pur mostrando minore rigidità, sono abbastanza ondivaghi, tanto che attualmente è difficile per qualunque osservatore comprendere quale piega prenderanno le cose; anche il congresso sembra spaccato, con una parte della politica che, consapevole del rischio rappresentato da bitcoin per l’egemonia del dollaro, vorrebbe porre in essere tutte le azioni necessarie per tentare di affossare completamente il mercato, mentre paesi, come Cina, Russia, Iran, che pure avrebbero interesse a sostenere bitcoin mostrano ancora un’enorme diffidenza verso le monete decentralizzate. Al netto di tutto questo, comunque, l’Europa è sicuramente quella che mostra maggiore rigidità, nonché quella che è rimasta più indietro di tutti nel regolamentare in maniera decente il mercato; mentre Giappone, Cina e Corea del Sud hanno un quadro normativo tutto sommato all’avanguardia che, sia pure con alcune rigidità, ha permesso la nascita di un’industria delle criptovalute abbastanza variegata, stessa identica cosa accaduta negli USA, qui in Europa non sembrano esserci nemmeno le condizioni minime necessarie per operare e i pochi player presenti in UE stanno o chiudendo i battenti o valutando la possibilità di spostare all’estero la propria sede legale. Un errore, quello dei tecnocrati di Bruxelles, che i 25 paesi dell’area euro pagheranno a caro prezzo, sotto forma di un gap tecnologico che sarà sempre più difficile da colmare rispetto a quei paesi i quali, pur non sdoganando completamente le criptovalute, hanno comunque dimostrato una minore rigidità.