Gli XRP sono criptovalute o obbligazioni? Il punto sulla causa legale che vede coinvolta Ripple

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Come i meglio informati sanno bene, anche perché ne abbiamo scritto spesso in passato, Ripple non andrebbe confusa con XRP; mentre usando la prima parola ci riferiamo alla piattaforma, nel secondo caso stiamo parlando di una moneta. La cosa è meno scontata di quanto si creda perché normalmente i due concetti sono quasi coincidenti, una determinata piattaforma (in altre parole) necessita per essere usata di ricorrere alla sua criptovaluta nativa; non è questo però il caso di Ripple, cosa che ancora molti utenti sembrano non aver compreso. Ripple, come piattaforma, può essere usata per spostare valore anche senza acquistare l’equivalente in XRP, mentre c’è poi tutto un ecosistema di applicazioni e strumenti (tutti avrete sentito parlare, ad esempio, di Xrapid) che processano le transazioni su rete Ripple e che per funzionare richiedono di utilizzare necessariamente XRP. La mancata comprensione di questo aspetto della questione ha indotto, purtroppo, molti utenti a credere che esistesse un collegamento molto più profondo di quanto in realtà non sia tra il consorzio R3 (che controlla Ripple) e XRP, in altre parole in molti (almeno così affermano coloro che hanno deciso di adire alle vie legali) si sono convinti che al crescere del successo di Ripple come piattaforma sarebbe proporzionalmente aumentato il valore di XRP; questo equivoco, quindi, ha dato il via a diverse cause legali in cui, almeno fino ad oggi, la questione dirimente era sembrata definire se XRP fosse più simile a una criptovaluta propriamente detta o fosse invece da intendersi come una normale obbligazione. La situazione ha però preso una piega inaspettata nella giornata di ieri nel momento in cui il team di legali di ripple ha presentato una mozione di archiviazione motivata dal fatto che intanto la denuncia sarebbe partita fuori tempo massimo e, in secondo luogo, Ripple non avrebbe venduto direttamente XRP agli investitori ai quali, inoltre, non è mai stato promesso alcun tipo di rendimento dal loro acquisto. Prendendo poi a campione una delle maggiori vendite trimestrali fatta dal consorzio emerge come il 36% delle monete sia stato venduto agli exchange e il 64% ad altre banche; di conseguenza se ne deduce che gli investitori hanno comprato i loro token da una piattaforma di scambio, necessariamente consapevoli di ciò che stavano acquistando, non un’obbligazione o una qualche forma di titolo ma una semplice criptovaluta. Questa mossa potrebbe anche porre fine prematuramente ai processi, non fosse che a rendere tutto più complicato ci sono le dichiarazioni dei dirigenti Ripple che, in diverse occasioni sin dal 2013, hanno pubblicamente rilasciato affermazioni che avrebbero potuto facilmente essere fraintese dagli investitori; non sappiamo come andrà a finire questa faccenda, se il tribunale accoglierà la tesi degli avvocati di Ripple, ponendo finalmente la parola fine a questa faccenda, o se invece deciderà di rigettarle prolungando ulteriormente questa cripto-telenovela che, a questo punto, potrebbe addirittura proseguire fino a finire sul tavolo della corte federale, continueremo semplicemente a tenervi aggiornati sugli esiti di questo processo anche perchè, indipendentemente da come finirà, probabilmente provocherà un qualche tipo di impatto sul prezzo di XRP.