Tether, la criptovaluta agganciata al dollaro, ha investito gli accantonamenti in bitcoin ed altri asset

USDT tether

E’ ormai da diversi mesi che ci occupiamo della battaglia legale che ha coinvolto USDT e lo scambio bitfinex, finito sotto accusa di recente perché ci sarebbe un ammanco nei conti dell’azienda di circa 850mln di dollari; negli ultimi giorni sono arrivati nuovi sviluppi su questa faccenda, prima di scriverne, però, ci siamo presi un po’ di tempo per assicurarci della veridicità delle ultime notizie che stanno circolando. Prima di entrare nel merito degli ultimi sviluppi facciamo un breve riepilogo di tutta la storia, a beneficio di chi magari ha iniziato a interessarsi da poco al mondo delle criptovalute; USDT, quindi, è stata la prima stablecoin ad essere lanciata sul mercato, agganciata al dollaro americano, la sua funzione è stata originariamente quella di rappresentare per gli operatori una moneta rifugio per ripararsi dall’alta volatilità delle cripto. Tutto questo quando ancora (e sembra passata un’epoca, mentre sono passati neanche cinque anni) scambiare criptovalute per valuta fiat era un’operazione abbastanza complessa da fare e dispendiosa sia in termini di commissioni che di tempo. Nel white paper con cui USDT fu presentata al pubblico era chiaramente segnalato che la parità tra questa moneta e il dollaro americano era garantita da appositi accantonamenti, per cui ad ogni token emesso corrispondeva un dollaro depositato sui conti dell’azienda; nel tempo, però, la quantità di USDT in circolazione è diventata così importante da far sorgere i primi dubbi rispetto al fatto che l’azienda che controlla il token avesse effettivamente accantonato tutta quella liquidità. Sono iniziate a sorgere ipotesi di ogni tipo, inclusa ovviamente quella che vedeva l’emissione di USDT come il principale motivo della crescita di bitcoin; gli investitori hanno quindi iniziato a chiedere che bitfinex (che è un exchange ma che sostanzialmente è anche l’azienda che controlla USDT) fornisse un audit indipendente sullo stato dei suoi bilanci. L’azienda però ha sempre fatto finta di niente, rifiutando di fornire documenti idonei a spegnere il fuoco di illazioni sempre più dirompente e chiudendo anche i rapporti con le società di revisione contabile, segnale che normalmente non viene mai accolto in maniera positiva e che ha contribuito, inevitabilmente, a far crescere i dubbi e le perplessità sia delle istituzioni che della stessa comunità degli appassionati di criptovalute. Nel frattempo, a novembre 2018, bitfinex fornisce un nuovo documento, redatto da una banca, che certifica che sui conti dell’azienda ci sono circa 1,8mld di dollari; tuttavia la dirigenza della banca, interpellata in merito da numerosi giornalisti, si rifiuta di commentare la notizia. Arriviamo quindi in tempi più recenti, quando nel mese di aprile Letitia James (della procura di New York) mette sotto inchiesta bitfinex per un ammanco di circa 850mln di dollari. Inizialmente l’azienda si è difesa affermando che quei soldi non mancherebbero affatto ma che sono semplicemente stati posti sotto sequestro, negli ultimi giorni, però, sembrerebbe finalmente essere emersa la verità; i soldi che mancano (o mancherebbero, a seconda della prospettiva che volete usare per guardare i fatti) sarebbero stati investiti. In pratica bitfinex avrebbe destinato poco meno di un miliardo di dollari all’acquisto non solo di bitcoin, ma anche di altre criptovalute e di prodotti finanziari; in pratica si sarebbero comportati come una vera e propria banca, portando avanti un concetto molto simile a quello della riserva frazionaria, per cui una certa parte della liquidità veniva effettivamente accantonata in dollari americani sui conti dell’azienda, mentre la restante parte veniva investita. Allo stato attuale delle cose non è possibile sapere se tali investimenti abbiano generato un profitto o se invece non abbiano generato delle perdite, nel qual caso l’azienda non sarebbe più nella condizione di rimborsare i token in possesso degli investitori qualora decidessero tutti insieme di volerli convertire. Insomma, più passa il tempo più questa storia prende una piega sempre più inquietante; già oggi il grosso dei trader in criptovalute non vuole vedere un USDT neanche col binocolo, ne lo terrebbe in portafoglio nemmeno se glielo regalassero. Si inizia quindi a non comprendere più quale sia l’utilità di questo token è perché sia ancora in quotazione presso tutti i maggiori exchange; che USDT si sia incamminato di buona lena sulla strada che lo condurrà all’obitorio appare francamente scontato, resta da capire quanto tempo ancora ci metterà questo progetto prima di morire definitivamente e quali saranno gli effetti di questo decesso illustre sul mercato delle criptovalute.