L’Iran vuole una criptovaluta islamica per contrastare l’imperialismo statunitense

Chi ci segue da tempo sa benissimo che siamo stati tra i primi siti in Italia (e tra i pochi nel mondo) a sostenere che le criptovalute giocano un ruolo prima di tutto a livello geopolitico e solo conseguentemente a livello economico; oggi questa consapevolezza sta diventando comune sia dentro la comunità degli appassionati di cripto sia fuori. Un chiaro esempio di quanto questo sia vero sono le recenti dichiarazioni del presidente iraniano Hassan Rouhani rilasciate nel corso di un’intervista realizzata da Associated Press in cui ha affermato che:

“Il mondo musulmano dovrebbe progettare misure per salvarsi dal dominio del dollaro degli Stati Uniti e del regime finanziario americano”

Ora, comunque la si voglia vedere sul piano politico, sia che si considerino gli USA la culla della democrazia, sia che li si consideri una potenza imperialista, comunque la si pensi sull’Iran, resta che lo strapotere del dollaro sui mercati globali è qualcosa che sta nell’interesse di tutti superare; il problema non si risolve certamente sostituendo nel ruolo che fino ad oggi è stato degli USA un altro paese, magari la Cina come qualcuno in Europa auspica. Da questa situazione, in altre parole, non si esce cambiando il paese che esercita l’egemonia a livello globale, ma rifiutando proprio l’esistenza di una tale egemonia, indipendentemente da chi la eserciti; che l’Iran stia guardando da tempo con interesse al mondo delle criptovalute per liberarsi dalla morsa letale delle sanzioni imposte unilateralmente dagli USA è cosa ampiamente risaputa, l’idea di una moneta islamica per incrinare l’egemonia del dollaro statunitense, in se, non è ne buona ne cattiva, dipende molto da come verrebbe implementata.

Del resto, in un momento storico in cui la retorica dello scontro di civiltà sta prendendo sempre più piede in occidente la possibilità che il mondo islamico faccia quadrato intorno a un paese come l’Iran pone una serie di problemi e criticità che, ancora una volta, non è il caso di ignorare soprattutto a livello geopolitico; non è difficile immaginare, infatti, che una mossa di questo genere possa essere letta da molte persone come una forma di aggressione se non proprio come una vera e propria minaccia portata ai paesi del blocco occidentale. Il rischio che stiamo correndo, quindi, è che qualunque mossa tesa a minare l’egemonia statunitense venga raccontata come una sorta di atto di guerra, come una sorta di intimidazione da prendersi di petto; un rischio che si potrebbe scongiurare evitando che un paese come l’Iran si senta obbligato a dare vita a una valuta islamica e accettando che sia bitcoin a sostituire il dollaro statunitense come moneta di riferimento sui mercati globali. Questo significherebbe certamente, da parte USA, rinunciare a una bella fetta della propria influenza ma, allo stesso tempo, rappresenterebbe un segnale di buona volontà e di pacificazione nei confronti di quei paesi che, a mio parere con molte ragioni, reputano di essere vittime dello strapotere statunitense. Quale piega prenderanno le cose ce lo dirà solo il tempo, quello che possiamo dire già oggi è che l’emissione di cripto di stato non cambierà di una virgola il modello attuale e non rappresenta neanche una reale innovazione nel momento in cui va a replicare le stesse storture che da tempo vediamo nel sistema basato sulle valute FIAT; l’unico vero cambiamento sarebbe accettare la natura terza e imparziale di una moneta come bitcoin e riconoscere finalmente una volta per tutte che una tale imparzialità, a livello geopolitico, è qualcosa di auspicabile per tutti i paesi. Succederà mai questo piccolo miracolo? Personalmente nutro grandi dubbi in proposito, sperare però non costa nulla per cui non possiamo che continuare ad augurarci che, alla fine, le cose si muoveranno proprio in questa direzione.