La tassazione delle criptovalute dipende dalla chiarezza del quadro normativo, il caso statunitense

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Quello del pagamento delle tasse è da sempre un tema spinoso quando si parla di trading di criptovalute; il motivo, contrariamente a quanto afferma la vulgata mediatica, non è che i trader di criptovalute sono tutti criminali evasori che si rifiutano di pagare il dovuto al fisco ma, più semplicemente, la mancanza di chiarezza a livello normativo e l’incapacità delle istituzioni di regolamentare adeguatamente il mondo dell’industria blockchain. In questi anni ne abbiamo viste di tutti i colori, governi che pretendono di addebitare l’iva sugli scambi, governi che pretendono di equiparare il trading di criptovalute al forex mentre al contempo affermano che le cripto non sono vero denaro e altri ancora che impediscono la detrazione delle perdite; in uno scenario di questo tipo pretendere che le persone paghino le tasse sulle plusvalenze guadagnate investendo in criptovalute è semplicemente folle. La dimostrazione di quanto questo sia vero ci arriva direttamente dagli USA, paese che avrà di certo i suoi limiti e che pure in passato si è dimostrato spesso schizofrenico nelle dichiarazioni delle istituzioni, ma al quale non si può negare di aver tentato concretamente di regolamentare le cripto in maniera seria. A partire dall’anno prossimo, ad esempio, il fisco americano chiederà esplicitamente ai cittadini di dichiarare il possesso delle criptovalute e eventuali plusvalenze; questo, però, è avvenuto a seguito di un chiarimento definitivo da parte dell’IRS che permetterà ai cittadini di dichiarare tranquillamente e senza rischio di incorrere in problemi di sorta i propri profitti in criptovalute. A sostenerlo, tra gli altri, è uno dei maggiori player del settore, LukkaTax, fino ad oggi impegnata a sostenere gli utenti business nella dichiarazione dei redditi ma che, a partire dal 2020, intende dedicarsi anche ai clienti consumer; è lo stesso CEO di Lukka, Jake Benson, a dichiararlo a Cointelegraph, affermando che:

Quest’anno ci concentriamo sull’investitore al dettaglio perché per la prima volta in sei anni, l’IRS ha chiarito ai contribuenti come vogliono trattare la criptovaluta. C’è una nuova domanda che appare per prima nel modulo fiscale del programma 1 dell’IRS che chiede se si sono eseguite transazioni in valute virtuali nell’anno oggetto della dichiarazione”

In pratica il 2019 sarà il primo anno per il quale l’IRS chiederà esplicitamente ai contribuenti di dichiarare quante criptovalute possiedono; LukkaTax offrirà quindi supporto agli utenti statunitensi nel pagamento delle tasse, a fronte di un abbonamento annuale di appena una ventina di dollari. E’ proprio questo a lasciarci, da italiani, straniti, perché non solo negli USA la situazione è sufficientemente chiara da consentire ai contribuenti di dichiarare senza problemi i propri profitti in criptovalute, ma il costo di una consulenza professionale è di appena 19,95$, mentre nel nostro paese per fare qualcosa di simile occorre sobbarcarsi costi nettamente superiori e, peggio ancora, non si avrebbero comunque garanzie di sorta su come potrebbe reagire il fisco italiano. Il problema, come noto, è che i principali exchange di criptovalute non rilasciano un estratto conto annuale delle operazioni e, in mancanza di documenti che certifichino l’operatività e che siano accettati come validi dall’agenzia dell’entrate, il contribuente italiano si trova sostanzialmente impossibilitato a dichiarare. L’altra cosa che da italiani troviamo inconcepibile è che poco meno della metà degli americani provveda personalmente alla dichiarazione dei redditi, questo perché si tratta di una procedura semplice e alla portata di chiunque, mentre nel nostro paese è quasi impensabile presentare da soli la propria dichiarazione senza avvalersi del supporto di un CAF o di un commercialista. Si fa quindi un gran parlare nel nostro paese di evasione fiscale, si punta spesso il dito agli USA come metro di paragone, ma quello che nessuno dice è che il sistema USA è infinitamente più semplice e chiaro di quello italiano. Non si tratta quindi, banalmente, di pressione fiscale, che anzi, quando si parla di rendite finanziarie è nel nostro paese tutto sommato onesta (sulle plusvalenze si paga un forfettario del 26%), il problema è proprio la mancanza di chiarezza e l’inutile complessità che caratterizzano il fisco italiano; non sappiamo quanti anni ancora saranno necessari prima che finalmente anche l’Italia si dia una regolamentazione che consenta ai trader di criptovalute di pagare tranquillamente le tasse, quello che sappiamo è che allo stato attuale, in caso di contestazione, il contribuente non avrebbe alcun modo per dimostrare le proprie ragioni per il semplice motivo che l’Italia non considera validi i documenti stampati dagli exchange e gli scambi, dal canto loro, non forniscono un estratto conto annuale come invece fanno le piattaforme forex. Sarebbe quindi il caso di smetterla di indicare gli USA quando parliamo di evasione fiscale, perché negli altri paesi l’evasione sarà pure più bassa che in Italia ma è anche vero che le responsabilità di questo, prima che dei contribuenti, sono delle istituzioni che non hanno mai fatto nulla per semplificare il sistema e, anzi, ogni anno che passa lo rendono sempre più difficile e farraginoso, cosa che finisce per rappresentare inevitabilmente un incentivo all’evasione e questo è vero non solo per le criptovalute ma, più in generale, per qualunque tipo di attività.