La discussione sui consumi di energia di Bitcoin è falsata da presupposti errati, lo afferma una docente dell’Università di Pittsburgh

bitcoin ambiente

In un articolo pubblicato recentemente su un magazine di informazione scientifica la professoressa Katrina Kelly-Pitou ha duramente contestato la vulgata che vede bitcoin come causa di una catastrofe ambientale per l’elevato consumo di elettricità correlato all’attività di mining; la docente ha scritto che i ricercatori sovrastimano le conclusioni delle proprie ricerche sui tassi di consumo di energia elettrica da parte di bitcoin. L’articolo risale a un anno fa, all’Agosto del 2018 per essere precisi, ed è stato pubblicato da “The Conversation”, noto sito indipendente di news provenienti dalla comunità accademica e di ricerca, io però l’ho scoperto solo oggi ed ho pensato che fosse interessante segnalarlo anche ai nostri lettori. L’articolo apre subito con una osservazione interessante relativa in generale a tutte le nuove tecnologie; i data center, i computer e prima di loro treni, aerei e automobili, scrive Kelly-Pitou, sono quasi sempre caratterizzati da un alto consumo energetico, occorre tuttavia evidenziare come, col trascorrere del tempo, tutti questi settori siano progressivamente diventati più efficienti, una progressione naturale di qualsiasi tecnologia dal momento che il risparmio energetico equivale a risparmiare sui costi. Trovo molto interessante questa osservazione perché tutti gli articoli che denunciano la presunta catastrofe ambientale di bitcoin si limitano a calcolare il consumo di elettricità attuale moltiplicandolo per N volte, senza però considerare minimamente che, in un periodo di tempo abbastanza lungo, le macchine che vengono usate per il mining potrebbero richiedere molta meno energia di quanta ne richiedano oggi. La professoressa prosegue nella sua analisi evidenziando come il consumo elettrico rappresenti da solo il 90% del costo di estrazione di un bitcoin, riconosce che il mercato ha assorbito molta elettricità, tanta da alimentare l’intera Irlanda per un anno, ma rimarca come questo dato, preso da solo, sia fuorviante, dal momento che pur trattandosi di un consumo elevato (30 terawatt nel 2017) il settore bancario consuma comunque ancora molto di più (oltre tre volte) ed anche se il mercato blockchain aumentasse di 100 volte nei prossimi anni arriverebbe ad assorbire una quota di appena il 2% del consumo energetico mondiale. Nel passaggio successivo dell’articolo, poi, si evidenzia come il dibattito sia stato gestito in maniera profondamente scorretta, dal momento che non dovremmo solo chiederci quanta energia consuma bitcoin ma dovremmo invece domandarci che tipo di energia consuma. Anche questo è un aspetto che abbiamo sviscerato in diverse occasioni in altri articoli pubblicati in passato su questo sito, ma è interessante che a farlo sia una docente universitaria come Kelly-Pitou; la professoressa sa evidentemente molto bene di cosa parla, dal momento che evidenzia come, se pure il grosso dell’industria mineraria sia tradizionalmente collocato in Cina, dove il carbone fornisce il 60% del fabbisogno di energia del paese, l’attività di mining si concentra nelle aree a basso costo, come il Pacifico nord-occidentale, dove i costi dell’elettricità sono più bassi grazie alla grande disponibilità di energia idroelettrica, una risorsa a basse emissioni di carbonio. L’impatto ambientale che il mining di bitcoin produce, di conseguenza, è sostanzialmente irrisorio, dal momento che i minatori ricercano le fonti di energia più a basso costo, che sono proprio quelle prodotte da fonti rinnovabili; il punto, in altre parole, non è quanta energia bitcoin consumi, ma quali siano le fonti che usa, perché l’uso massiccio di fonti rinnovabili rende chiaramente sostenibile l’attività mineraria anche da un punto di vista ambientale. Se ipotizziamo, ad esempio, di usare l’energia solare per il mining ecco che questa attività diventa chiaramente sostenibile; il sole, infatti, splende per tutti e il fatto che una mining farm usi questa fonte di energia per sostenere la propria attività non toglie energia agli usi civili. Non stiamo correndo il rischio, in altre parole, che il mining di criptovalute prosciughi il sole. L’articolo si conclude con un duro atto d’accusa, che cito testualmente:

La gente dovrebbe smettere di criticare Bitcoin per il suo consumo di energia elettrica ed iniziare a criticare gli stati per continuare a rifornire nuove industrie con fonti di energia non rinnovabili

In pratica il punto della discussione è molto semplice: mentre è facile immaginare un futuro in cui il 100% dell’energia necessaria a minare bitcoin verrà prodotta da fonti rinnovabili, il sistema bancario come lo conosciamo oggi sarebbe capace di fare altrettanto? La risposta a questa domanda, ovviamente, è no; il sistema bancario tradizionale dipende strettamente dalle reti di distribuzione dei vari paesi, reti che sono vecchie, che impiegano poco e male le fonti rinnovabili ma che sono indispensabili alle banche per alimentare le varie filiali distribuite capillarmente sul territorio. L’industria mineraria, invece, ha tutto l’interesse a costruire impianti di produzione di energia rinnovabile per sostenere la propria attività, non ha filiali sparse sul territorio, quindi può aprire le proprie miniere nei paesi che, per le proprie caratteristiche geografiche, permettono di sfruttare al meglio le fonti rinnovabili; in questo modo, per concludere, il consumo elettrico necessario a minare bitcoin potrà anche salire esponenzialmente, ma non procurerà alcun danno ambientale ne, ancora meno, finirà col sottrarre energia alle popolazioni.