Criptovalute: nella legge antiriciclaggio scompare ogni riferimento alle valute virtuali

bitcoin

Questa è una di quelle volte in cui mi viene il dubbio che i governi facciano le cose a caso, senza una vera logica, così, come capita; che l’Australia non sia il paese più amichevole al mondo nei confronti delle criptovalute è cosa abbastanza nota, di conseguenza si pensava che, nel discutere la legge antiriciclaggio sull’uso del contante, venisse colta l’occasione per dare un pesante giro di vite anche all’uso delle criptovalute. Ce lo si aspettava, ma non è successo; il che è anche un bene, intendiamoci, ma poi lascia alquanto straniti constatare quanto spesso alle dichiarazioni dei governi seguano azioni che vanno in direzione diametralmente opposta a quanto dichiarato. Quello che è successo, in pratica, è che il governo, chiaramente all’interno di un progetto più grande di lotta all’evasione e contrasto del riciclaggio di denaro, ha iniziato a discutere l’opportunità di introdurre un limite all’uso del cash; sostanzialmente, quindi, secondo le nuove direttive, gli australiani dovranno regolare in maniera tracciabile qualunque pagamento superiore ai 6900$. Già, a voler essere pignoli, un limite del genere è fin troppo elevato per sortire un qualche effetto pratico nella realtà, fatto sta che ha lasciato abbastanza stupiti constatare che tale limite viene escluso per l’uso delle criptovalute; sinceramente la prima cosa che ho pensato è che devono aver preso questa decisione perché si sono resi conto che le cripto, in fin dei conti, sono un metodo di pagamento tracciabile, invece le cose non sono andate affatto così. In un memorandum del Ministero del Tesoro, infatti, si può leggere che:

Le valute virtuali sono un’area in via di sviluppo nell’economia australiana; a differenza della valuta fisica, non hanno un quadro normativo o una struttura industriale saldamente stabiliti. Ciò rende difficile applicare il limite di pagamento in contanti senza rischiare di ridurne drasticamente l’uso nel paese, soffocando, così, significativamente l’innovazione nel settore. “

In pratica il Tesoro australiano è preoccupato che introducendo un limite di 7000$ sull’uso delle criptovalute come mezzi di pagamento il loro uso precipiterebbe, danneggiando l’industria nel paese; il che appare strano, visto che in questi anni abbiamo collezionato dichiarazioni su dichiarazioni delle istituzioni australiane contro il mercato delle criptovalute. L’approccio a questi strumenti da parte del governo australiano appare abbastanza promiscuo; qualche mese fa, ad esempio, è emerso come le autorità fiscali abbiano cercato di ottenere informazioni sui singoli trader chiedendo agli exchange di accedere ai loro dati. Non esattamente un comportamento liberale, così come al limite della legge appare il comportamento di numerose banche del paese che, in maniera del tutto arbitraria, periodicamente decidono di chiudere i conti corrente agli australiani che operano con le criptovalute; fatti di questo tipo, inevitabilmente, tendono a far credere che l’orientamento del paese nei confronti delle criptovalute sia abbastanza rigido, salvo poi trovare scritto nel memorandum del Ministro del Tesoro che:

Ci sono poche prove attuali che la valuta digitale sia attualmente utilizzata in Australia per facilitare le attività dell’economia sommersa. Detto questo, il governo ha attualmente deciso di risparmiare la valuta digitale dal limite di pagamento in contanti”

Che è come dire che il governo australiano non crede a questa storia delle criptovalute usate dai criminali per riciclare denaro, commerciare droga, armi e finanziare il terrorismo, di conseguenza hanno deciso di non includere questi strumenti nella legge sui limiti d’uso del contante. Quello che iniziamo a sospettare, in Australia come nel resto del mondo, è che molti governi abbiano sentimenti ambivalenti nei confronti delle cripto; da un lato, quindi, avversano questa tecnologia perché mette pesantemente in discussione il ruolo delle istituzioni centrali in generale (non solo di quelle bancarie e finanziarie, anche di quelle politiche), dall’altro però hanno ormai chiaramente una certa smania di approfittare di tutti i vantaggi che questa stessa tecnologia è capace di offrire. Grazie alla blockchain e alle monete decentralizzate, infatti, è già nata una nuova industria, che vale miliardi di dollari e che può, potenzialmente, dare un bell’aiuto all’economia di qualunque paese; l’introduzione poi di servizi blockchain nella pubblica amministrazione, ovviamente adeguatamente integrata coi sistemi di pagamento opportuni, sarebbe capace di produrre un enorme miglioramento nella qualità di tantissimi servizi, con ovvi benefici sia per la collettività che, inevitabilmente, per quel ceto politico che tali iniziative dovesse decidere di porle in essere. Bitcoin e criptovalute, quindi, guardati dal punto di vista di un politico o di un grande burocrate, sono delle creature abbastanza terrificanti; mentre da un lato, infatti, ti tendono la mano, dall’altra ti promettono di ammazzarti; dobbiamo considerare che dal punto di vista di un politico e/o di un burocrate introdurre la tecnologia blockchain in un paese sarebbe una mossa geniale, eppure, al contempo, un’idea pessima. Immaginiamo di portare interi settori della pubblica amministrazione (catasto, sanità, comuni, tribunali, etc) su blockchain e di supportare questo genere di politiche alimentando e sostenendo anche la crescita di servizi privati (non solo nel campo dei mezzi di pagamento, chiaramente); il vantaggio sarebbe così grande per la collettività che il politico che adottasse una politica del genere si garantirebbe facilmente la rielezione. Purtroppo (per il politico, si intende), con la stessa tecnologia è il ruolo stesso del politico che viene messo in discussione, è il ruolo stesso del governo che la tecnologia blockchain rende obsoleto, ed è proprio questo il vero aspetto della questione sul tavolo; se per gestire un sistema complesso basta un insieme di regole altrettanto complesse (ma automatizzate), allora nello stesso modo in cui si amministra la moneta decentralizzata si può amministrare anche, per esempio, un ospedale, o una scuola, un’intera città o persino tutto il paese. La blockchain, in altre parole, non rende superflue solo le banche, rende superflue quasi tutte le istituzioni centralizzate; facciamo un piccolo esempio così da intenderci. Sulla blockchain, ad esempio su quella bitcoin, attualmente ci iscriviamo le transazioni, ma che succederebbe se ci riportassimo invece le leggi dello stato? Diventerebbe sostanzialmente la gazzetta ufficiale, persino una sorta di carta costituzionale; a questo punto diventa facile immaginare che, dal momento che chiunque con bitcoin può spedire una transazione, chiunque su questa fantomatica blockchain potrebbe presentare una legge e, successivamente, con un apposito protocollo di consenso, la comunità deciderà se accettare quella proposta oppure no. Ho molto semplificato, ma come vedete, tra i tanti effetti che questa tecnologia produce, c’è anche quello di rivoluzionare il nostro modo di intendere cosa sia una democrazia. Da qui il dubbio, realmente amletico, dei politici dei vari paesi che non riescono a decidersi tra l’accettare una tecnologia che ne decreterà il successo nell’immediato e la morte nel medio/lungo periodo o tentare invece di contrastarla oggi, prima che diventi troppo tardi per farlo.