Criptovalute: la corte suprema israeliana si esprime a favore degli exchange di criptovalute

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E’ una sentenza importante quella che arriva da Israele, per il paese, perché costituisce un precedente, ma che ha rilevanza, a mio parere, anche a livello internazionale; andiamo con ordine e tentiamo di capire di cosa stiamo parlando. Come noto uno dei grandi limiti degli exchange è l’adeguamento alla normativa antiriciclaggio, cosa che pone tutta una serie di problemi a livello burocratico e normativo praticamente in ogni paese del mondo; il problema è che gli exchange per funzionare hanno bisogno di accedere agli strumenti bancari tradizionali, cosa che però spesso gli viene preclusa ed è proprio per questo che sono nate la stablecoin. In Israele è partita una querelle giudiziaria nel 2017 tra lo scambio di criptovalute Bits of Gold e l’istituto bancario Leumi Bank; quello che è accaduto è che la banca, rilevando che l’exchange non sarebbe stato conforme alle normative antiriciclaggio, ha bloccato i conti di Bits of Gold. Baron (il giudice che si è occupato della causa che ne è seguita) si espresso in favore dell’exchange motivando la sua decisione col fatto che non essendo stata dimostrata in cinque anni di attività alcuna transazione in violazione alle norme antiriciclaggio la banca non ha alcun diritto di bloccare i conti di Bits of Gold. Non sarebbe quindi sufficiente, in altre parole, riscontrare un mancato adeguamento da parte degli exchange alle normative antiriciclaggio per bloccare i conti di queste piattaforme, ma bisogna dimostrare un’effettiva condotta illecita per farlo. In questo senso, quindi, anche se una piattaforma non raccogliesse informazioni sull’identità degli utenti occorre comunque dimostrare che vi sia stata una condotta criminosa, per cui si deve dimostrare che effettivamente l’exchange ha favorito il riciclaggio di denaro perché la banca abbia facoltà di bloccare i conti della piattaforma senza con questo lederne i diritti. Ovviamente tutti questi problemi nascono sia dal vuoto normativo che si registra ancora oggi in tutti i paesi (sia pure con diverse sfumature) sia dalla mancata comprensione di questa tecnologia da parte delle istituzioni che dovrebbero normare il settore; in tutto questo il mercato delle criptovalute continua a sfuggire ad ogni tentativo di regolamentazione, dal momento che tutto ciò che è realmente decentralizzato è sostanzialmente inattaccabile dai governi. Una moneta come bitcoin, giusto per fare un esempio, non ha alle spalle un’azienda che possa essere indagata dalle autorità, la sua natura transnazionale fa si che nessun governo possa vantare giurisdizione su btc, non può essere “spenta” perché anche chiudendo i nodi presenti in un determinato paese ce ne sarebbero comunque migliaia sparsi in giro per il mondo; anche se partisse una crociata internazionale contro bitcoin i vari nodi della rete semplicemente farebbero in modo di non essere geolocalizzabili, sfuggendo così ad ogni controllo. Non è quindi, per concludere, usando il pugno di ferro che i governi riusciranno a regolamentare questo settore, esattamente come si è rivelato inutile il pugno di ferro nel tentativo di porre fine alla pirateria; in tutto questo, più i governi alzano la voce più finiscono col perdere credibilità e, conseguentemente, più i governi perdono credibilità più le criptovalute (in generale ed in particolare bitcoin) acquistano forza agli occhi delle persone comuni. L’incompetenza e l’inconcludenza delle istituzioni nel rapportarsi con la tecnologia blockchain sta facendo quindi emergere le debolezze del sistema, mostrando alle persone in ogni parte del mondo che, come recitava una vecchia favola, il re è nudo.