Blockchain: la famiglia delle criptovalute si arricchirà di una nuova moneta? Walmart, intanto, ha depositato un brevetto

La notizia è di quelle che hanno un grande rilievo, ma occorrerà procedere con ordine perché qui la carne a cuocere è davvero tanta; iniziamo, quindi, col dire che Walmart è una multinazionale americana a cui fa capo l’omonima catena di negozi al dettaglio, fondata da Sam Walton nel 1962, che si compone di oltre undicimila punti vendita sparsi attraverso poco meno di trenta diversi paesi nel mondo. Walmart, parlando spicciolo, è semplicemente la più grande multinazione al mondo nel canale della grande distribuzione organizzata; il fatto che proprio questa azienda abbia depositato, nella giornata di ieri, un brevetto (protocollato col numero 20190236564) in cui presenta una sua idea per il lancio di una criptovaluta (che qualche malizioso osserva essere molto simile a libra) basata su blockchain significa che qui in ballo c’è qualcosa di veramente molto grosso. Le potenzialità di una valuta virtuale sviluppata da Walmart sarebbero enormi, una moneta di questo tipo avrebbe già un bacino di utenti di qualche miliardo di persone nel mondo, potrebbe essere usata sia come riserva di valore che essere spesa, essendo agganciata a beni fisici sarebbe sostanzialmente una stablecoin e, secondo quanto si legge nel documento depositato presso l’ufficio brevetti statunitense, conservarla sul proprio wallet potrebbe addirittura far guadagnare un piccolo rendimento. Ovviamente la prima cosa che Walmart scrive nel suo documento è che uno strumento del genere trova la sua utilità nel facilitare (dal momento che lo renderebbe molto più economico) l’accesso ai servizi bancari per i soggetti economicamente più fragili e le famiglie a basso reddito, ma ovviamente le cose non stanno affatto così; per questo tipo di esigenze ci sono già bitcoin e le altre cripto decentralizzate, per cui è chiaro che questi grandi gruppi multinazionali hanno ben altro in mente che fare il bene dell’umanità. Il vero obiettivo di queste aziende è liberalizzare il settore bancario, ma non tanto a beneficio degli utenti finali, quanto a beneficio proprio; si delinea, quindi, uno scenario abbastanza inquietante dal momento che parliamo di aziende che già di loro hanno un fatturato di miliardi di dollari senza nemmeno che abbiano la possibilità di esercitare una qualche forma di politica monetaria. Addirittura, da quel che mi sembra di capire, walmart propone che le criptovalute sostituiscano anche il denaro a credito, diventando in un certo senso una sorta di pagherò 2.0 cosa che, personalmente, reputo cosa alquanto assurda. L’altro obiettivo di aziende come Walmart, quando irrompono nel mondo delle criptovalute, oltre a tentare di diventare sostanzialmente delle banche è quello di creare un ecosistema di servizi intorno alla propria blockchain, di modo sia da sostenere l’uso della propria moneta, sia da fidelizzare l’utenza e dare un senso concreto e dei veri casi d’uso alla propria infrastruttura; l’idea, in pratica, sarebbe quella di creare una piattaforma di scambio di valori aperta per gli acquisti e per la creazione di progetti condivisi in rete. In questo modo Walmart potrebbe permettere ai clienti di acquistare prodotti o servizi per se stessi e per gli altri, ponendosi sempre come intermediario nella compravendita di ogni bene e/o servizio; si tratterebbe, in altre parole, del modo più semplice e indolore per accorciare il divario che c’è tra aziende che si fondano su luoghi fisici e i grandi e-commerce come Amazon che a quelle aziende stanno erodendo sistematicamente quote di mercato. Prima di oggi, in ogni caso, non mi risulta che Walmart avesse mai fatto riferimento all’intenzione di lanciare una propria criptovaluta, ha invece preferito sperimentare con la blockchain per quanto riguarda aspetti come il monitoraggio della catena di approvvigionamento e l’integrazione tra domotica e crittografia. Temo, per concludere, che sia purtroppo inevitabile che un domani le grandi aziende multinazionali (attive o meno sul web) arrivino ad emettere delle proprie criptovalute e non considero questa eventualità come esente da rischi; dal momento che qui in ballo ci sono i nostri dati non dobbiamo mai dimenticarci che mettere il controllo di questi strumenti nelle mani di società private con interessi ben precisi potrebbe rivelarsi una pessima idea. Nonostante veda il rischio di derive poco piacevoli celato dietro all’interesse che determinate aziende palesano per la tecnologia blockchain, però, sono moderatamente ottimista per il futuro; un domani, a mio parere, ci troveremo di fronte un ecosistema estremamente vario, nel quale le cripto di stato si affiancheranno a quelle decentralizzate e le aziende che avranno interesse a farlo emetteranno dei propri token. In un panorama di questo tipo anche noi cittadini ci abitueremo a possedere decine di valute differenti sui nostri portafogli, con diversi livelli di privacy e di sicurezza, di conseguenza ogni possibile rischio dovrebbe essere facilmente diluito dalla grande varietà di monete in circolazione; al contrario, invece, ipotizzare uno scenario in cui si dovessero imporre giusto due o tre cripto (o anche di meno) sarebbe abbastanza deprimente, oltre che pericoloso qualora queste monete fossero sotto il controllo diretto di grandi gruppi multinazionali.