Binance intende aprire un nuovo scambio di criptovalute con sede in Corea del Sud

Abbiamo già spiegato in diverse occasioni che Binance, il più grande exchange di criptovalute al mondo, sta mettendo in atto una strategia di espansione a livello globale molto interessante, che si basa sull’emissione di almeno una mezza dozzina di stablecoin e sull’apertura di piattaforme locali (si dice in giro almeno un paio per ogni continente) di modo da avere una struttura abbastanza flessibile da potersi adattare alle diverse regolamentazioni che i vari stati implementeranno nei prossimi anni. Ieri, in conformità a tutto ciò, è quindi giunta, attraverso un comunicato pubblicato su Block in Press, la notizia che la filiale di Malta avrebbe avviato una serie di colloqui per aprire una nuova sede in Corea del Sud; il condizionale, che non uso per caso, è d’obbligo dal momento che Changpeng Zhao, il CEO di binance, ha dichiarato quasi immediatamente di non saperne nulla e il responsabile della comunicazione dell’azienda ha rincarato la dose affermando che nessuna decisione in merito è ancora stata presa. Si tratta quindi di una semplice indiscrezione, ma che sembra avere comunque un fondamento di verità; probabilmente binance ha effettivamente avviato dei colloqui ma prima di dare i crismi dell’ufficialità a questa notizia intende avere qualcosa di concreto in mano o, quanto meno, un accordo di massima. La Corea del Sud, in ogni caso, è una piazza molto importante per il mercato delle cripto, lo sa bene lo stesso Zhao, che infatti di recente, nel corso del Summit Blochain Partners (tenutosi proprio in Corea del Sud) ha dichiarato di essere perfettamente consapevole della rilevanza che questo paese ha per l’industria delle cripto. L’indiscrezione, quindi, se non vera è quanto meno plausibile, anche perché rispecchia in pieno quella che è la strategia comunicata ufficialmente da binance qualche settimana fa; personalmente trovo brillante il modo in cui Changpeng Zhao sta gestendo la crescita della sua creatura e penso che non passerà molto tempo prima che l’esperienza di binance finisca con l’essere oggetto di qualche tesi universitaria o, addirittura, presentata sui libri di testo delle facoltà di economia come un caso scuola. Mentre a cavallo tra la fine degli anni ‘90 e dei primi ‘00 sembrava che il modello di impresa diffuso capillarmente su scala mondiale fosse destinato a tramontare, complice la globalizzazione e il tramonto del secolo breve, oggi assistiamo a un ritorno di concetti che davamo ormai per sorpassati; vero è che la tendenza ad accentrare l’attività aziendale in un unico quartier generale è ormai tracciata ed è diventata la norma negli ultimi venti anni, ma altrettanto vero è che solo una struttura decentralizzata può permettere alle aziende di operare nel rispetto delle diverse norme vigenti nei vari paesi in cui è in attività. Il modello binance, poi, oltre ad apparire, in un certo senso, decentralizzato (dal momento che le varie filiali operano sostanzialmente in perfetta autonomia) appare essere comunque abbastanza snello da rispettare i principali criteri del business moderno, bassi costi e una struttura operativa abbastanza ristretta in termini di personale.