Criptovalute e fisco, è uno stato di polizia ma la chiamano democrazia, i governi temono la tecnologia e usano l’intimidazione

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Per capire bene di cosa stiamo parlando dovremo immaginare che la stessa identica cosa avvenga in un settore diverso da quello delle criptovalute, per prima cosa però procediamo con ordine e partiamo dai fatti; da qualche mese negli USA l’autorità fiscale ha preso ad inviare delle lettere di contestazione random a tutti gli utenti che usano criptovalute sostenendo che non siano in regola con le loro dichiarazioni. Il problema è che a monte dell’invio di queste lettere non ci sono ne prove ne controlli di alcuna natura, ciò che l’IRS ha fatto è stato semplicemente estorcere i nominativi degli utenti agli exchange (e uso volutamente il termine “estorcere” visto che tutte le piattaforme hanno tentato di resistere alla richiesta) per poi trattarli tutti indistintamente come evasori; la cosa, come chiunque può facilmente comprendere, ha anche dato origine ad alcune cause legali una delle quali si è conclusa qualche settimana fa ed ha visto il giudice riconoscere l’abuso da parte dell’autorità fiscale americana. Che gli USA come paese siano profondamente illiberale e reazionario è cosa risaputa da chiunque in tutto il mondo (almeno lo è fuori dai salotti tv, dove ancora si spacciano gli USA per una grande democrazia), per cui un comportamento del genere non ci ha poi particolarmente stupito, lascia invece completamente allibiti che la stessa procedura si sia adottata in Danimarca, paese che francamente abbiamo sempre immaginato essere migliore di così. L’agenzia fiscale danese, quindi, ha inviato agli utenti una lettera con la quale chiede di fornire informazioni su profitti e perdite per gli esercizi fiscali dal 2016 al 2018 secondo i principi LIFO, le tariffe utilizzate per ogni transazione, informazioni sui motivi dell’acquisto e documentazione relativa alla creazione di un portafoglio di criptovaluta; come se tutto questo non bastasse l’autorità fiscale danese pretende anche di esaminare gli estratti conto bancari dei clienti per il periodo di cui sopra.

Ora, questo tipo di pratiche appaiono chiaramente discriminatorie perché intanto prendono di mira solo una certa tipologia di persone e in secondo luogo hanno una dimensione chiaramente punitiva; iniziamo col dire, quindi, che se la stessa procedura venisse adottata verso una qualunque altra categoria di persone susciterebbe sdegno e scandalo. Proviamo ad immaginare cosa succederebbe se le autorità fiscali di un paese decidessero di prendere di mira tutti i commercialisti (non ho scelto a caso questa tipologia di persone) pretendendo di avere resoconti completi e dettagliati su ogni euro speso e l’accesso ai loro conti bancari; come si può credere che sia lecito usare delle misure differenti nel rapporto coi contribuenti a seconda delle loro abitudini? L’approccio, poi, appare chiaramente punitivo dal momento che la quantità e la qualità dei dati richiesti rende sostanzialmente impossibile agli utenti soddisfare le richieste dell’autorità fiscale, attualmente non è chiaro se ci saranno conseguenze per chi non adempirà a tali richieste ed eventualmente di che tipo, però è già certo che quasi nessuno riuscirà a rispondere come richiesto; a sostenerlo siamo in molti, inclusi operatori del settore come ad esempio Robin Singh, fondatore della startup fiscale sulle criptovalute Koinly, intervistato da Cointelegraph sulla questione. Singh, interpellato su quanto accaduto, ha infatti commentato scrivendo che:

“Molti dei nostri utenti danesi hanno ricevuto queste lettere, Skat chiede una suddivisione completa di tutte le loro transazioni e chiede loro di correggere anche tutti i rapporti precedenti. Archiviare le tasse sulle negoziazioni di criptovaluta è un compito difficile poiché i commercianti di criptovalute di solito detengono diversi conti e portafogli di scambio e trasferiscono liberamente le criptovalute tra di loro, quindi non esiste un modo semplice per capire quali sono le plusvalenze per qualsiasi particolare operazione. ”

Va poi ricordato che per il calcolo delle plusvalenze nel forex si usano le quotazioni diffuse dai ministeri dell’economia, nel mercato delle criptovalute, però, non ci sono quotazioni ufficiali, scambi differenti possono facilmente avere quotazioni differenti e recuperare il valore di una moneta a una certa data e a una certa ora diventa sostanzialmente un’impresa. E’ sinceramente improponibile che le autorità danesi non siano consapevoli di stare chiedendo ai contribuenti qualcosa di impossibile, da qui si deduce l’intento chiaramente punitivo di questo genere di azioni. Ad essere poi francamente intollerabile è il fatto che i governi scarichino sui cittadini le loro colpe e le loro omissioni; se i governi, infatti, non forniscono un quadro normativo chiaro che regolamenti il settore come possono pretendere che gli utenti forniscano loro le informazioni richieste a posteriori? Se poi consideriamo che tali informazioni riguardano un arco di tempo di due anni ecco che appare realmente improponibile pretendere che un utente possa essersi organizzato l’operatività in maniera tale da accumulare le informazioni che invece oggi gli vengono richieste. I governi, in pratica, creano i vuoti normativi e poi pretendono di sanzionare il comportamento di cittadini e contribuenti, un comportamento che se pure fosse considerabile illegale lo sarebbe solo a causa del vuoto normativo lasciato dalle stesse autorità. Le criptovalute esistono ormai da oltre dieci anni e in tutto questo tempo i governi non solo non si sono minimamente preoccupati di fornire un quadro normativo adeguato ma adesso passano anche all’azione senza che vi sia una legge che definisca quali sono i limiti entro i quali tale azione può essere considerata legittima.