Trading di criptovalute, certificato il giro di vite nel Regno Unito

Uno studio diffuso dallo studio legale Pinsent Masons di Londra dimostra come nel Regno Unito sia in corso un vero e proprio giro di vite contro il trading di criptovalute; secondo i dati diffusi, infatti, il numero di indagini condotte dalla FCA (acronimo di Financial Conduct Authority, la principale istituzione finanziaria in UK) sulle cript-attività è volato dai 50 casi del 2018 agli 87 casi di quest’anno (un aumento superiore al 50% ed il 2019 non è ancora finito). Uno dei principali partner dello studio legali, David Heffron, ha affermato che questo dimostra la volontà degli enti regolamentatori di circoscrivere l’attività delle criptovalute all’interno dello stesso quadro normativo che già regolamenta qualunque altra attività finanziaria, sostenendo, poi, che questa è una buona notizia per chi già opera sul mercato in maniera legale. Le cose, ovviamente, non stanno affatto così; sappiamo bene, infatti, che la normativa che regola i normali mercati è “esclusiva”, nel senso che taglia fuori i piccoli risparmiatori dalla possibilità di investire il loro denaro e, altro particolare da non sottovalutare, richiede immensi capitali per poter operare da azienda nel settore. Le criptovalute sono nate proprio per arginare questo tipo di problemi, per rendere, cioè, più inclusivi i mercati finanziari consentendo a chiunque di investire il proprio denaro, riducendo costi e burocrazia. Le istituzioni di tutto il mondo, però, non vedono di buon occhio tutto questo, chiaramente, a loro dire, perché è compito dei governi e delle istituzioni tutelare i risparmiatori; a conti fatti, però, questa “tutela” si tramuta in ostacoli sostanziali, spesso impossibile da superare, per i piccoli investitori che restano quindi tagliati fuori. Chi opera nel mondo delle criptovalute vede bene come il senso di tutte queste normative non sia in realtà tutelare il risparmio ma permettere solo a chi già oggi controlla immensi capitali di arricchirsi ancora di più, evitando al contempo che chiunque altro possa entrare a far parte di quella cerchia ristretta di pochi eletti che, in poche migliaia di individui, controlla gran parte della ricchezza mondiale. Il tutto mentre le banche centrali tagliano i tassi per sostenere questo enorme baraccone sgravando i costi delle loro politiche monetarie “atipiche” sui cittadini i quali, a causa dell’inflazione scatenata dall’immissione di sempre più liquidità sui mercati, vedono impennarsi il costo della vita e precipitare il rendimento dei propri fondi pensione. Con il rendimento dei titoli di stato sotto zero, infatti, il piccolo risparmiatore che ha modo di investire il proprio denaro solo per mezzo dei fondi pensione, si ritroverà col proprio capitale eroso dai tassi negativi e dall’impennata dei prezzi; bisogna infatti considerare che, nel momento in cui iniziamo a versare il nostro denaro ai fondi pensione, dobbiamo anche comunicare il nostro profilo di rischio e, dal momento che a nessuno piace rischiare, quasi tutti comunicano una bassa propensione al rischio che, inevitabilmente, si traduce in investimenti sui titoli di stato che, però, in questo momento, hanno rendimento negativo. Nel momento in cui sempre più persone dovessero iniziare a mettere a fuoco che stanno versando denaro per non vedersi, un domani, rientrare neanche il capitale, potendo avere libero accesso al mercato delle criptovalute, potrebbero decidere semplicemente di diversificare, destinando il 20% dei propri investimenti a bitcoin, favorendo un’ulteriore impennata del prezzo e finendo per garantirsi veramente una pensione dignitosa un domani (visto che bitcoin non è inflazionabile). Non è quindi un caso che proprio FCA, che intanto sta mettendo sempre più sotto pressione le aziende del settore a colpi di indagine, abbia un piano in cantiere per impedire ai piccoli risparmiatori inglesi di investire nelle cripto; chiaramente, c’è anche chi sostiene che tutto questo avvenga per tutelare le persone, per evitare che vengano truffate, lascia giusto adito a qualche dubbio il fatto che a dichiarare questo siano banche ed istituzioni, cioè esattamente coloro che avrebbero maggiormente da perdere se i piccoli risparmiatori inglesi iniziassero ad investire il proprio denaro in bitcoin, togliendo sostanzialmente liquidità al comparto bancario.