A cosa servono bitcoin e le cripovalute? A salvare le persone comuni dall’emarginazione finanziaria, il caso cubano

Mentre qui in Europa continuano a raccontarci la favoletta delle criptovalute come meri asset speculativi, dal resto del mondo ci arrivano casi concreti di quella che rimane la vera utilità di questi strumenti e cioè salvare le persone comuni dall’emarginazione finanziaria e dall’isolamento internazionale. Il caso cubano, in questo senso, è esemplificativo; ci stiamo occupando di quello che avviene a Cuba dalla scorsa primavera, siamo stati gli unici in Italia a mettere in relazione l’apertura del governo ad internet con l’interesse per le criptovalute, ipotesi che è poi stata confermata dall’ammissione del ministro per le finanze cubano di un primo interesse per l’emissione di una CBDC. Adesso riprendiamo il discorso nuovamente sfruttando la pubblicazione di un articolo sull’edizione di cointelegraph statunitense in cui (sia pure con diversi mesi di ritardo) il noto sito di informazione sulle criptovalute sostiene le nostre stesse tesi; poco male, meglio tardi che mai, come si suol dire. L’articolo in questione riprende un rapporto pubblicato sul sito UsNews.com che evidenzia come, proprio a seguito dell’apertura a internet, a Cuba sia esploso l’interesse per bitcoin e le criptovalute; i cubani, stando a quanto riferito ma del resto era scontato che le cose andassero così, stanno sfruttando questi strumenti per iniziare a cogliere le opportunità del commercio internazionale al quale prima di ora, causa l’embargo statunitense, erano impossibilitati a partecipare. E’ proprio questa la vera utilità di Bitcoin, come certificano le interviste riportate da UsNews ad alcuni cittadini cubani, permettere alle persone che vivono in paesi che sono stati messi in ginocchio dalle sanzioni imposte dai paesi occidentali di tornare a vivere una situazione di “normalità”. Quello di cui molti non si rendono conto, complice anche la propaganda mediatica, è che le sanzioni sono strumenti che non danneggiano affatto i governi che intenderebbero colpire (che infatti raramente cadono a causa degli embarghi) ma che mettono in ginocchio popolazioni già stremate dal dilagare della povertà; questo l’abbiamo visto succedere non solo a Cuba ma anche in Venezuela e persino, sia pure in maniera ridotta, in Iran. Le sanzioni implicano carenza di cibo, di farmaci, impossibilità di accedere al commercio internazionale e, conseguentemente, lo stringersi della morsa della povertà ai danni di coloro che erano poveri già prima che venissero imposte le sanzioni. A questo serve bitcoin, ad eludere la morsa letale in cui i paesi occidentali tengono determinati paesi; e non c’è nessuna motivazione di “civiltà” o “democrazia” a giustificarlo, tutto questo viene fatto solo a tutela degli interessi economici dei paesi che impongono le sanzioni. Vi sono poi altre situazioni in cui l’esclusione non deriva da embarghi e sanzioni ma semplicemente dalla povertà; mentre in Italia, ad esempio, aprire un conto o richiedere una prepagata è praticamente gratuito (o comunque accessibile a chiunque) nei paesi più poveri del mondo l’accesso agli strumenti bancari ha costi inaccessibili alle persone comuni, sono richiesti depositi a garanzia e i costi delle operazioni (per quello che è il reddito pro-capite) sono sostanzialmente insostenibili. Contrariamente a quello che ci raccontano i media, quindi, bitcoin e le criptovalute non sono solo strumenti speculativi, il loro scopo e il motivo per cui in tanti abbiamo deciso di supportare le monete crittografiche, non è certo quello di consentire a un cittadino europeo di arricchirsi velocemente grazie alla speculazione ma quello di salvare le persone dall’emarginazione che deriva dall’isolamento finanziario, indipendentemente che questo sia il risultato di sanzioni decise dai nostri stessi paesi o l’effetto dell’eccessiva povertà.