Nuovo progetto blockchain dell’ONU in Mongolia per sostenere i piccoli produttori di cashmere

Appena ieri scrivevamo di come le nazioni unite stiano puntando pesantemente sulla tecnologia blockchain per portare avanti una serie di iniziative; sempre ieri Forbes pubblicava un interessante articolo relativo proprio a uno di questi progetti fortemente voluti dall’ONU che è attualmente in corso in Mongolia. Lo scopo è quello di sostenere i piccoli produttori di cashmere guidandoli verso una produzione sostenibile che non danneggi l’ambiente circostante; la Mongolia, infatti, vive di agricoltura, un settore che occupa circa la metà della manodopera nel paese. In tutto questo il cashmere è il secondo prodotto più esportato dal paese, cosa che sta originando una serie di problemi; essendo il cashmere un prodotto di pregio, caratterizzato da una forte domanda a livello globale, in tanti si stanno orientando alla produzione di questo tipo di lana e, di conseguenza, gli spazi prima destinati all’agricoltura vengono tramutati in pascoli per sostenere la sovrapproduzione di cashmere. Questa tendenza, però, sta iniziando a danneggiare l’ambiente e così anche una produzione come quella del cashmere, da sempre considerata etica e sostenibile, sta iniziando a porre tutta una serie di problematiche; qui entrano in gioco le nazioni unite, che attraverso un programma pilota intendono tracciare la produzione di cashmere in Mongolia sperando che i consumatori siano disposti a pagare qualcosa di più per quei beni la cui produzione è certificata come ecologica e sostenibile.

Il progetto, realizzato in collaborazione con Covergence.tech, ha utilizzato la tecnologia blockchain basata su Ethereum per interagire con oltre 70 diversi pastori e 8 cooperative; attraverso una semplice app per Android, quindi, i produttori possono registrare il proprio cashmere, in maniera univoca e geolocalizzandolo su una mappa, accedendo così a un programma ad hoc di incentivi mirati a beneficio dei pastori che seguono pratiche orientate alla sostenibilità, con tanto di corsi di formazion e che consentono il monitoraggio end-to-end della catena di approvvigionamento. Attraverso questo sistema è stato così possibile tracciare 471kg di cashmere lungo tutta la filiera dal produttore ai consumatori finali, i quali si sono rivelati ben disposti a pagare qualcosa di più per il cashmere sostenibile. In questo modo da un lato gli allevatori hanno potuto accedere a una migliore formazione, cosa che ha contribuito ad alzare ulteriormente la qualità del prodotto finale, dall’altro i consumatori sono stati rassicurati relativamente alla sostenibilità dei loro acquisti e tutto questo a fronte di un piccolo sovrapprezzo; la speranza, ovviamente, oltre che assicurare la sostenibilità della produzione di cashmere, è anche quella di aumentare i profitti dei piccoli produttori locali, contribuendo così alla riduzione della povertà in tutta l’area. Tutto questo oggi viene fatto col cashmere in Mongolia, domani potrà essere fatto con qualunque altro prodotto e in qualunque altra zona del pianeta, sempre seguendo l’idea che migliorando la sostenibilità dei vari cicli produttivi sia possibile ridurre i livelli di povertà nelle aeree economicamente più depresse del mondo.