L’uno percento dei volumi bitcoin riguardano attività illecite, lo riporta una ricerca di Chainanalysis

Bitcoin a 10.000 dollari

Un report diffuso da Chainanalysis certifica che circa l’1% delle transazioni bitcoin è destinato ad attività illecite ma, stando a quanto riportato da bloomberg in un articolo di lunedì, questa percentuale sembra sia destinata a diminuire; bisogna infatti tenere conto che nel 2012 ben il 7% dei volumi bitcoin era destinato ad attività illegali, per cui la situazione col trascorrere del tempo appare destinata a migliorare ulteriormente. Attualmente si stima che circa mezzo miliardo di dollari in bitcoin siano stati usati per gestire attività illecite, ma siamo solo a metà anno e le proiezioni indicano che questa cifra potrebbe lievitare fino a 1mld di dollari entro la fine del 2019; il grosso di questo denaro, ovviamente, finisce a regolare le transazioni sul deep web (la parte di internet nascosta a cui si accede solo attraverso link diretti e che si compone di tutte quelle pagine e siti che non sono tracciati dai motori di ricerca). Secondo quanto riportano i diversi report bitcoin sarebbe ancora la prima moneta sui mercati illegali del deep web, seguita a ruota da monero che però, verosimilmente, appare destinato a superare BTC nei prossimi anni in virtù del fatto di garantire un maggiore anonimato; contrariamente a quanto si potrebbe pensare, però, quando parliamo di attività illecite non stiamo parlando di riciclaggio di denaro (anche se sui giornali spesso leggiamo il contrario), bensì di compravendita di materiale che, a vario titolo, risulta essere illegale. In particolare una grossa quota del mercato nero di cui stiamo parlando riguarda la compravendita di farmaci, in primis steroidi e prodotti come il Cialis o il Viagra (che servono a contrastare l’impotenza ma che sono troppo spesso usati anche da chi non ne avrebbe alcun bisogno); a ruota segue il mercato delle droghe legali (tranquillanti, psicofarmaci, etc), quello delle così dette “smart drugs” (droghe che però non sono ancora censite come tali dalle autorità) ed ovviamente le droghe vere e proprie (dall’erba agli allucinogeni). Una quota del mercato riguarda poi l’acquisto di materiale pornografico, il traffico illegale di dati riservati, il traffico di armi e, solo in ultima istanza, il riciclaggio di denaro; il problema esiste e non si può negare, dispiace che bitcoin o monete che sono pensate per tutelare la privacy degli utenti (come monero) possano essere usate per tali scopi, ma non dobbiamo dimenticare che tutti questi mercati esistevano già prima della nascita delle criptovalute e le transazioni all’epoca si gestivano con una normale carta di credito. Basti pensare che negli ultimi tempi hanno iniziato a diffondersi le carte prepagate anonime, che possono essere acquistate nei supermercati in contanti e che quindi non sono tracciabili in alcun modo; sarebbe quindi oltre modo ridicolo bollare bitcoin come valuta della criminalità quando una persona che volesse acquistare steroidi (o qualunque altro genere di prodotto illegale), potrebbe semplicemente usare le carte prepagate anonime per farlo. Il mercato nero, su cui si vendono prodotti illegali, è ormai parte integrante di internet e, anche in questo caso, pre-esisteva al web; il grosso dei traffici illeciti, infatti, indipendentemente che si tratti di acquisto di droghe, steroidi, armi, o qualunque altra cosa, avviene ancora oggi nella vita reale, non sul web, e viene regolato in contanti. Sicuramente la tecnologia ha giocato un ruolo e ha in un certo senso reso la vita più facile ai criminali, ma questo non significa certamente che senza la tecnologia questi mercati non esisterebbero; è proprio questo l’errore in cui non dobbiamo cadere, quello di credere che questo genere di fenomeni siano correlati allo sviluppo tecnologico quando in realtà, e lo dimostrano i fatti e la storia, sono semplicemente sempre esistiti e, al limite, sono solo leggermente cambiati seguendo l’evoluzione tecnologica.