La SEC vuole sapere come Telegram ha speso i soldi della sua ICO, presentata ieri un’ingiunzione in tribunale

La causa che vede coinvolta la SEC contro Telegram, per l’emissione dell’ICO Gram è stata sicuramente uno degli eventi più rilevanti nel mondo delle cripto nel 2019 e sembra destinata a continuare ad esserlo anche nel corso di quest’anno; la SEC, infatti, ha appena depositato un’ingiunzione presso la corte di New York per costringere Telegram a condividere i dati su come ha speso il denaro ricavato dalla propria ICO. Secondo i legali della Securities and Exchange Commission sapere questo è estremamente rilevante nell’ambito della causa attualmente in corso. La SEC, infatti, ritiene necessario sapere quale parte dei quasi 2mld di dollari raccolti da telegram è già stata spesa e per quale motivo, tuttavia l’azienda si è dimostrata abbastanza reticente a soddisfare la richiesta della SEC e questo lascia, sinceramente, riflettere. Stando a quanto si può leggere nell’ingiunzione, infatti, telegram avrebbe rifiutato di condividere tali informazioni, cosa che ha davvero poco senso; se Telegram non ha nulla da nascondere ed ha operato correttamente non si capisce per quale motivo non dovrebbe soddisfare una richiesta del genere; diverso invece il discorso qualora quel denaro fosse stato destinato, anche solo in parte, a qualcosa che con TON non ha nulla a che vedere.

Difficile infatti ipotizzare che gli investitori possano vedere di buon occhio il fatto che tale denaro possa essere stato speso, giusto per fare un esempio, elargendo ricompense ai dirigenti dell’azienda; chiaramente gli investitori si aspettano che il denaro raccolto venga speso per far crescere il progetto e non destinato a cose che con il progetto in se non hanno nulla a che vedere. Dal canto suo telegram ha dichiarato di non essere in grado di produrre alcuna documentazione, anche solo parziale, perché, badate bene, avrebbe recentemente cambiato banca. Come si suol dire, quindi, la pezza è peggiore del buco dal momento che non è credibile che un’azienda di queste dimensioni non riesca ad attestare come ha movimentato i propri fondi per il semplice fatto di aver cambiato banca; da un’azienda del genere ci si aspetta che una documentazione del genere venga conservata a prescindere dal fatto che sia in corso o meno una causa legale. Immaginate, banalmente, che un’azienda italiana riceva una contestazione dall’agenzia delle entrate e dichiari di non poter ricostruire il modo in cui ha gestito i propri fondi perché ha cambiato banca; chiaramente non starebbe in piedi, chiaramente un’azienda deve tenere dei libri contabili e conservare le relative pezze d’appoggio per ogni euro speso. Non sono note reazioni particolari da parte degli investitori, che comunque a dicembre avevano deciso di non avvalersi della clausola che avrebbe loro consentito di essere rimborsati in caso di slittamento della quotazione dei token sui mercati; una decisione che, in ogni caso, non necessariamente testimonia la fiducia degli investitori nel progetto dato che, esercitando la clausola in questione, il rimborso sarebbe stato solo parziale. Dato che la situazione non fa altro che complicarsi ulteriormente, quindi, non ci resta che attendere l’udienza di Pavel Durov, prevista martedì prossimo, nella speranza che, almeno allora, emergano maggiori informazioni sull’evoluzione di questa causa.