La Corea del Sud punta sulla blockchain per innovare i servizi postali

Lo riferiscono fonti di stampa locale, più nello specifico la Corea del Sud sta lavorando a una piattaforma blockchain per la gestione del sistema di fatturazione dei servizi postali; il progetto, finanziato con meno di 700.000$ si avvarrà della collaborazione di due società, Coinplug, uno dei principali exchange del paese, e NHN Corporation, un gigante IT di rilevanza internazionale attivo in diversi segmenti di mercato come ad esempio l’intrattenimento, il cloud computing, l’advertising e, ovviamente, il fintech. Responsabile dello sviluppo della nuova piattaforma sarà il ministero della scienza e delle telecomunicazioni; l’idea è quella di creare un sistema che semplifichi ulteriormente quello già esistente, introducendo l’uso dei Qrcode per la gestione dei pagamenti ed archiviando i dati delle transazioni su una blockchain accessibile a tutti. Il progetto verrà lanciato a breve in una città pilota, Naju, nel sud-ovest del paese, in continuità con la scelta di adottare questa località come una sorta di laboratorio per l’introduzione di innovazioni tecnologiche nel paese ed inizialmente coinvolgerà solo piccole attività commerciali; l’intento però è di estendere la nuova piattaforma a tutte le altre imprese del paese ed alla pubblica amministrazione, sempre ammesso che la cosa prima dimostri di funzionare a livello locale. Oltre alle implementazioni pratiche di questa tecnologia la Corea del Sud è anche uno dei paesi che sta lavorando più duramente a regolamentare il settore fintech, comunemente considerata come uno dei leader mondiali quando si parla di innovazione tecnologica, ha dimostrato di non voler perdere tempo a cincischiare anche per quanto riguarda la tecnologia blockchain e l’adozione delle criptovalute come sistemi di pagamento. Un paese a cui soprattutto in Europa dovremmo guardare con grande attenzione, in primo luogo dovrebbero farlo tutti i detrattori della tecnologia blockchain che continuano a concentrarsi esclusivamente sui limiti e i potenziali rischi correlati all’adozione di questi strumenti disinteressandosi sistematicamente di quelli che, invece, sono gli evidenti benefici che superano di gran lunga ogni tipo di criticità. Se ci degnassimo di abbandonare questa concezione profondamente etnocentrica che abbiamo del mondo e capissimo che noi non siamo ne migliori ne più svegli di molti altri paesi potremmo accorgerci di quante nazioni già da anni abbiano iniziato a investire nella tecnologia blockchain ed oggi iniziano finalmente a raccogliere i frutti, in termini sia di semplificazione sia di riduzione dei costi. L’Europa però, a quanto pare, è troppo impegnata a far fronte alle tensioni interne, ai rischi correlati alla deriva sovranista di molti paesi dell’area UE, alle tensioni per la brexit, a far rispettare i trattati a quei paesi che vorrebbero eluderli, per degnarsi di capire che per recuperare il deficit di credibilità che le istituzioni europee hanno prodotto nel corso degli ultimi 10 anni (a partire dalla mancata gestione della crisi dei mutui subprime) è necessario innovare le istituzioni, rendendo la loro attività più trasparente e tentando di introdurre leggi che semplifichino ed alleggeriscano il carico burocratico nei vari paesi dell’eurozona. Quello che succede, invece, è esattamente il contrario, ogni legge prodotta a Bruxelles rappresenta un ulteriore aggravio in termini burocratici per aziende e cittadini, con conseguente perdita di tempo e di denaro, quando invece basterebbe che le istituzioni europee iniziassero a puntare seriamente sulla tecnologia blockchain per produrre quel cambiamento radicale nella nostra società atto anche, tra le altre cose, a ridare credibilità alle stesse istituzioni europee e a rinsaldare un rapporto di fiducia da parte dei cittadini verso le istituzioni che, a ben vedere, a distanza ormai di vent’anni dall’introduzione dell’euro non s’è mai instaurato.