Il Venezuela spinge sul petro: la criptovaluta irrompe in banca

La notizia è di una certa rilevanza, prima di commentarla, però, sarà necessario fare il punto della situazione visto che probabilmente non tutti seguono da vicino e con costanza quanto sta accadendo in Venezuela; il paese, come spero tutti sappiano, versa ormai da anni in una profonda crisi economica, con la valuta fiat (il bolivar) oggetto di una svalutazione gigantesca e un’iperinflazione galoppante che ha toccato il 3000%. Sostanzialmente il bolivar è una moneta morta, tanto che hanno suscitato scalpore le immagini di alcuni cittadini che utilizzavano pacchi di banconote per realizzare delle borse con la tecnica dell’origami da vendere ai mercati; il paese ormai da tempo si tiene a galla grazie alle criptovalute, col mondo blockchain particolarmente attivo e impegnato nell’aiutare il popolo venezuelano ulteriormente messo in ginocchio dalle sanzioni imposte dagli USA. Come se questo non bastasse ormai da mesi il Venezuela è sull’orlo della guerra civile, con il principale avversario politico del presidente Maduro che ha avuto la bella pensata di autoproclamarsi presidente provocando grandi manifestazioni contro il governo che si sono rivelate essere spesso violente (il Venezuela è uno dei paesi al mondo col maggior numero di armi procapite in circolazione) e che hanno provocato diversi morti. Nonostante questo il grosso della popolazione venezuelana, militari inclusi, ha continuato a fare quadrato intorno al presidente Maduro, dimostrando di saper resistere, nonostante la profonda crisi economica, alle pressioni internazionali, coi paesi del blocco occidentale che hanno preferito sostenere il tentativo di golpe invece che il governo legittimamente eletto. In questo scenario così difficile, già un paio di anni fa, il Venezuela è diventato ufficialmente il primo cripto-stato al mondo, arrivando ad emettere il Petro, una stablecoin ancorata al prezzo del barile; sembrava una mossa molto intelligente, tuttavia l’eccessivo controllo del governo sul Petro, la mancanza di una vera decentralizzazione, l’assenza di trasparenza (non è stato nemmeno presentato un white paper) e non ultimo il fatto che i venezuelani continuano a preferire dash e bitcoin come monete ha fatto si che questo progetto, che pure aveva sulla carta enormi potenzialità, sia finito col produrre sostanzialmente nulla. Dopo aver emesso la moneta il governo venezuelano ha tentato di favorirne la circolazione, proponendo ai suoi partner (Russia, Cuba e Iran su tutti) di utilizzare questa nuova criptovaluta nei loro scambi, ma ricevendo in cambio un secco due di picche, cosa particolarmente interessante visto che questi paesi sono legati da una profonda ed antica amicizia. La situazione, nella giornata di ieri, è evoluta ancora; secondo quanto si apprende dalle fonti di stampa, infatti, il governo, per mezzo di una circolare, ha imposto alla prima banca del paese (il Banco de Venezuela, che fu nazionalizzato 10 anni fa) di accettare petro in tutte le sue filiali; la notizia è ufficiale, visto che lo stesso presidente Maduro l’ha condivisa con un tweet proprio nella giornata di ieri. Questa notizia segue di un paio di settimana un’altra news che potrebbe finire col passare alla storia, intorno a metà giugno, infatti, il governo ha deciso di assegnare quasi 100mln di dollari alla Banca digitale della gioventù e degli studenti per aprire un milione di di portafogli Petro a beneficio dei giovani venezuelani; questa decisione è stata commentata, tra gli altri, da uno dei massimi esponenti del mondo delle criptovalute in Venezuela, José Angel Alvarez, presidente della National Cryptocurrency Association del paese, il quale, intervistato dalla CCN, ha dichiarato che:

“È una decisione coraggiosa e corretta avanzare verso un’economia ibrida in cui la valuta fiduciaria di un paese compete faccia a faccia con una criptovaluta”

La mossa del governo, in ogni caso, pare chiaramente tesa ad appianare le tensioni sociali nel paese, dal momento che proprio i giovani e gli studenti hanno animato le proteste contro il governo di Maduro nei mesi scorsi. Il motivo è abbastanza semplice, i ragazzi di 20 anni sono nati e cresciuti in un paese che aveva già conosciuto la rivoluzione bolivariana e non sanno nulla delle condizioni di vita in Venezuela prima dell’ascesa al potere di Chavez, quando il paese era sostanzialmente filoguidato dagli stati uniti; anche per questo la crisi venezuelana è particolarmente dolorosa, perché vede le stesse famiglie spaccate a metà e i figli contrapporsi ai genitori. Il fatto però che il popolo venezuelano abbia saputo mantenere i nervi freddi evitando di precipitare il paese in una guerra civile la dice lunga sulla grande maturità e cultura politica conquistate dal popolo venezuelano in questi ultimi 30 anni.