Il New York Times punta a usare la blockchain per contrastare le fake news

Quella delle notizie inventate di sana pianta per ottenere grandi volumi di traffico e guadagnare dalle inserzioni pubblicitarie sta diventando una vera e proprio piaga di cui, regolarmente, editori, giornalisti e istituzioni si riuniscono per discutere; ha quindi suscitato un discreto clamore il fatto che il New York Times abbia rivelato di lavorare a una piattaforma blockchain che, nelle intenzioni, dovrebbe rivelarsi capace proprio di contrastare la diffusione delle notizie fake. Del progetto farà parte anche IBM Garage che con la sua Hyperledger Fabric punta ad autenticare le fotografie nel campo delle news; l’idea è di memorizzare i “metadati contestuali” di una notizia su una blockchain, incluso quando e dove è stata realizzata una foto o un video, chi ne è l’autore e ancora altre informazioni su eventuali modifiche subite dal materiale. In questo modo si tenta di ricreare una sorta di “carta di viaggio” della news che permetta di risalire facilmente alle informazioni che consentano di definire se la notizia è vera o no; il Times promette che rilascerà aggiornamenti periodici sul progetto, oltre che un documento conclusivo finale alla chiusura del pilota. La tecnologia blockchain, indipendentemente dagli esiti che avrà il tentativo del New York Times, si presta particolarmente bene a questo tipo di uso perché permette di archiviare grandi quantità di dati, consultabili da tutti e in maniera sicura e protetta; facile, con queste caratteristiche, fare in modo di fornire agli utenti uno strumento semplice per verificare l’attendibilità di una news. Attenzione però, che questo non risolve il problema alla radice; si, perché a diffondere notizie false non ci sono solo i piccoli editori ma ci sono anche i grandi media che sono però anche coloro che si candidano a gestire e amministrare queste piattaforme. Se un domani, in altre parole, sarà facile con questa tecnologia smascherare una notizia finta pubblicata su un piccolo blog, ben diverso è il discorso quando una notizia finta finirà sui siti di uno dei grandi giornali internazionali; in questo caso non basta una blockchain per informare gli utenti sulla natura falsa della news, anche perché lo stesso editore che controlla quel giornale farà cartello con gli altri editori per controllare anche la blockchain che verifica le news. Chi è abbastanza vecchio da ricordarlo, ad esempio, ha memoria di come UK e America usarono proprio notizie false per avvalorare la necessità di invadere l’Iraq, così come non richiede particolari abilità mnemoniche ricordare il modo in cui tutti i grandi media occidentali diedero copertura a quella che, successivamente, passerà alla storia come la madre di tutte le fake news, anche per l’effetto disastroso in termini di vittime umane che quella notizia ebbe. Ben venga, quindi, che sia allo studio uno strumento che permetta all’opinione pubblica di comprendere subito se una news è finta o no, a patto però che tale piattaforma di controllo sia effettivamente decentralizzata, fuori dal controllo degli editori e capace di fare davvero il proprio lavoro; dobbiamo però ricordarci sempre che il trilemma della scalabilità non si applica solo alle transazioni, per cui probabilmente attualmente creare una piattaforma per screditare le fake news che sia al contempo sicura, attendibile e decentralizzata potrebbe rivelarsi più facile a dirsi che a farsi.