Il mining bitcoin come alternativa alla crisi di Alcoa, succede in Texas

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La notizia era già nota ma adesso il progetto è entrato in fase di realizzazione; bitmain, che aveva già rilevato i terreni, ha iniziato questo mese la costruzione di un’enorme mining farm da 300 megawatt in texas. Quella che sta nascendo, quando andrà a pieno regime, sarà la miniera bitcoin più grande al mondo e raggiungerà la piena capacità produttiva entro il 2020; l’idea verrà realizzata usando macchine prodotte da Bitmain ed è il frutto della collaborazione di due colossi, lo sviluppatore di data center Whinstone US, che possiede una miniera di bitcoin in Louisiana e sta costruendo in Olanda e Svezia e Northern Bitcoin, leader mondiale nell’estrazione di bitcoin usando energie rinnovabili. Il costo complessivo del progetto si aggira intorno ai 150mln di dollari, ma le azioni di Northern Bitcoin hanno già fatto un balzo in avanti del 42%, praticamente l’impianto si sta già ripagando da solo. La cosa dovrebbe interessarci molto da vicino, come italiani; perché? Perchè questa nuova mining farm sorgerà su proprietà immobiliari del colosso di alluminio Alcoa che acquistò il terreno di oltre 33.000 acri negli anni ’50 e trasformò l’area localmente conosciuta come Sandow Lakes Ranch in un centro industriale; avete capito perché questo ci interessa? No? Perchè parliamo di una riconversione degli impianti precedentemente di proprietà di Alcoa; l’azienda era attiva anche in Italia, con lo stabilimento di Portovesme, in Sardegna, è stata una delle principali crisi industriali del paese negli ultimi anni.

L’impianto è stato poi rilevato dalla Sider Alloys nel 2018 che ha messo sul piatto un piano industriale da 140mln di euro di investimenti e la garanzia di conservare la forza lavoro (500 operai); peccato solo che il costo dell’energia italiano, particolarmente alto, rende quasi impossibile tenere in vita una produzione del genere e che non si possano offrire incentivi pubblici in tal senso (per calmierare il costo dell’energia) dal momento che sarebbero aiuti di stato e che questi sono espressamente vietati dalle norme europee. Mentre in Texas, quindi, si abbandona definitivamente una produzione che non è più sostenibile sotto diversi punti di vista, si riconverte il tessuto economico, si investe in innovazione e si pongono le basi per costruire la più grande mining farm al mondo, in Italia continuiamo ad avvitarci su una vertenza che va avanti dal 1996. Lo stabilimento, precedentemente di proprietà di una società a partecipazione statale (la Alumix), fu venduto al gruppo Alcoa nel 1996 e contava, all’epoca, circa mille addetti; la situazione si complica nel 2009, quando parte il primo piano di esuberi che porterà la forza lavoro a dimezzarsi nel corso dei successivi dieci anni proprio a causa degli eccessivi costi di produzione e alla flessione del mercato dell’alluminio, entrato in crisi. Ecco perché quanto sta accadendo in Texas ci interessa da vicino, perché ci dimostra che esiste un modo diverso di gestire le crisi che stanno coinvolgendo parte del nostro tessuto produttivo negli ultimi dieci anni.