Anche il comune di Zermatt, in Svizzera, accetta il pagamento delle tasse in bitcoin, è il secondo dopo Zugo

Mentre le autorità fiscali americane si perdono in un bicchier d’acqua e tutti i disegni di legge per consentire il pagamento delle tasse in bitcoin si sono arenati a causa della presunta difficoltà nella gestione contabile di questa tipologia di pagamento la Svizzera continua a premere sull’acceleratore dell’adozione delle criptovalute; è notizia di ieri, infatti, che anche il comune di Zermatt, il secondo dopo Zugo, ha deciso che accetterà bitcoin come metodo di pagamento per le tasse. Al fine di offrire questa opportunità ai cittadini le autorità locali hanno stretto una partnership strategica con la principale azienda dell’industria crittografica svizzera, Bitcoin Suisse che ha quindi confermato l’iniziativa con un comunicato stampa ufficiale diffuso, come detto, nella giornata di ieri; la soluzione al problema della volatilità, come abbiamo avuto modo di spiegare recentemente, è sempre la stessa, banalissima nella sua semplicità, e consiste nella conversione immediata dei bitcoin usati per pagare le tasse in valuta a corso legale.

Questo tipo di operatività, tra le altre cose, potrebbe essere implementata anche per normare la tassazione sulle plusvalenze derivanti dal trading tra criptovalute; i trader che operano per accumulare bitcoin, in altre parole, potrebbero calcolare direttamente le plusvalenze in bitcoin e pagare le loro tasse in BTC. Così facendo alle autorità non rimarrebbe che scegliere se conservare quei bitcoin in wallet, qualora volessero adottare un approccio bullish, o se convertirli immediatamente in valuta a corso legale per fare cassa sul momento; invece di proporre soluzioni semplici e praticabili, però, le autorità preferiscono avvitarsi nel solito, deprimente, piagnisteo sulle criptovalute come strumenti per evadere il fisco quando la verità è che sono le autorità fiscali (soprattutto qui in Europa) a non porre in essere quelle iniziative che sono fondamentali per mettere in condizione i cripto-trader di pagare le tasse. Un’aliquota fissa al 26%, come quella applicata nel forex, sarebbe ben accetta da quasi tutti i trader soprattutto perché permetterebbe loro di operare in assoluta legalità; bisogna però fare in modo che il calcolo delle plusvalenze non richieda l’intervento di un premio nobel per la matematica e, soprattutto, smetterla di pretendere documenti (come gli estratti conto) che le principali piattaforme di scambio non rilasciano, limitandosi ad accettare a certificazione delle plusvalenze realizzate la normale stampa dello storico delle operazioni che tutti gli exchange rendono disponibile per i propri utenti.