Altro che catastrofe ambientale, i miners bitcoin guideranno lo sviluppo delle energie rinnovabili

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Ne abbiamo scritto in diverse occasioni anche su questo sito, nel tentativo di sbugiardare la tesi secondo cui il mining bitcoin sarebbe fonte di inquinamento tanto da essere additato come responsabile di una catastrofe ambientale; abbiamo spiegato che grazie alla tecnologia blockchain è possibile sviluppare a costi irrisori delle smart grid, che sono indispensabili per poter far esprimere a pieno il potenziale delle energie rinnovabili. Durante un congresso che si è tenuto venerdì scorso a Boston, in occasione del Fidelity’s Summit alcuni dei principali esponenti del settore minerario sono intervenuti sulla questione in maniera che, si spera, possa essere definitiva; chi conosce ciò di cui si sta parlando troverà queste tesi persino banali, tuttavia è necessario dare copertura a quanto emerso durante il congresso di Boston per tentare, almeno tentare, di porre fine una volta per tutte alle dicerie sconclusionate che ormai circolano da anni in merito al fatto che la rete bitcoin produrrebbe inquinamento. John Belizaire, CEO di Soluna, interviene per primo evidenziando quella che è chiaramente persino una banalità, e cioè che i minatori sono costantemente alla ricerca di energia più economica, e questo è il motivo per cui sono (e saranno sempre più in un prossimo futuro) un catalizzatore per lo sviluppo delle energie rinnovabili. Per quanto possa calare il prezzo degli idrocarburi, infatti, nulla potrà mai equiparare le energie rinnovabili (che sono a costo zero, una volta realizzata l’infrastruttura per produrle); Soluna, afferma ad esempio Belizaire, sta costruendo un grande parco eolico in Marocco proprio per alimentare la propria attività di estrazione bitcoin. Il grosso dell’energia prodotta servirà a coprire il fabbisogno necessario per l’attività di mining, mentre la parte restante verrà ceduta alla rete. L’attività mineraria aiuterà a monetizzare la costruzione di reti di computazione globali in tutto il mondo, nonché i nuovi siti di energia rinnovabile, ha proseguito l’AD di Soluna, e, a differenza del passato, non richiederà sovvenzioni governative. Chiuso il suo intervento è stato il turno di Chris Bendiksen (responsabile del dipartimento di ricerca CoinShares) che dal palco del Fidelity’s Summit di Boston ha voluto invece sfatare un altro grande falso mito, quello relativo al fatto che per minare bitcoin si usi l’energia prodotta dal carbone in Cina; per farlo ha costruito una squadra che si è occupata di condurre ricerche sulle regioni in cui si concentra l’attività di mining e il tipo di energia impiegato a questo scopo. Dallo studio emerge che i minatori si trovano principalmente nelle regioni montuose con grandi fiumi e un’alta percentuale di energia rinnovabile nel mix energetico complessivo, almeno il 48% di tutto il settore minerario globale si verifica nella provincia cinese del Sichuan dove l’energia rinnovabile è prevalente (il 90% del totale mix energetico) e il 12 percento in altre parti della Cina che insieme ottengono circa la metà della loro energia da fonti rinnovabili. Vi è poi un altro 35% dell’attività mineraria che si sviluppa in varie parti del mondo occidentale, tra cui la British Columbia e il Quebec in Canada, lo Stato di Washington negli Stati Uniti e l’Islanda. Il resto del mondo sta producendo il restante 5 percento, afferma il rapporto. La maggior parte di questi luoghi ha elevate quote di energie rinnovabili, in particolare l’energia idroelettrica. In pochi minuti, quindi, Chris Bendiksen ha mandato per stracci una delle più grandi mistificazioni mediatiche ideate contro bitcoin, non è vero, quindi, che per minare bitcoin si usi energia prodotta con carbone cinese. Ovviamente alcuni tra i presenti in platea hanno voluto sapere da dove provenissero questi dati, Bendiksen ha quindi risposto che provengono dai minatori stessi (e da chi altri altrimenti); ovviamente, ha precisato a conclusione del suo intervento, sarebbe sbagliato illudersi che i miners bitcoin abbiano tutti a cuore l’ambiente o siano ambientalisti, sostenere una cosa del genere sarebbe semplicemente folle, come è folle parlare di catastrofe ambientale per il mining bitcoin. Quello che succede è una dinamica meramente economica, minare usando gli idrocarburi è semplicemente troppo costoso; i miners sono sempre alla ricerca di fonti di energia a basso costo per ottimizzare i propri profitti (dal momento che è proprio l’energia il principale costo dell’estrazione mineraria) e, come detto, non esiste forma di energia più a basso costo di quella rinnovabile. Il nostro articolo si potrebbe anche concludere qui, ma credo sia utile e necessario fare una breve disamina su come siano nate queste voci catastrofiste sui presunti danni ambientali provocati da bitcoin e, nel farlo, inevitabilmente, entrerò in polemica coi colossi del giornalismo italiano, sempre pronti a denunciare il pericolo delle fake news mentre, al contempo, sono i primi diffusori di fake news in questo paese. Tutte le analisi, gli articoli e le tonnellate di parole sulla catastrofe ambientale provocata dal mining bitcoin partono da un presupposto inventato di sana pianta, e cioè che l’energia usata sia quella prodotta con gli idrocarburi; chiunque conosca questo mondo sa benissimo che i miners devono trovare un modo per abbattere il costo dell’energia se vogliono guadagnare, di conseguenza è noto nel settore che il mining si fa soprattutto attingendo alle rinnovabili, come emerso in maniera incontrovertibile durante il summit di Boston. Appare quindi chiaro che chi ha prodotto, o si ostina a produrre, contenuti che denunciano questa presunta catastrofe ambientale connessa al mining lo sta facendo in assoluta mala fede; si fa finta di non sapere, in altre parole, ciò che non è possibile non sapere. Non è possibile non sapere che il principale e sostanzialmente unico costo dell’attività di mining è l’energia, non è possibile non sapere che l’energia disponibile al prezzo inferiore è quella rinnovabile, non è possibile non essere al corrente dei continui sforzi da parte dell’industria mineraria di sfruttare al massimo delle loro potenzialità le energie rinnovabili, non è possibile ignorare le dinamiche meramente economiche che stanno alla base di certe scelte. Il giornalismo italiano, quindi, ancora una volta, ha coscientemente e sistematicamente raggirato i propri lettori; ma perché è stato fatto questo? Anche qui ci sono ragioni di carattere principalmente economico e che riguardano chi finanzia, attraverso la pubblicità, l’attività dei giornali; il mandate di queste fake news, spacciate a mezzo stampa, appare evidentemente essere la finanza tradizionale, che sta facendo tutto quanto in suo potere per tenere lontane le persone comuni dal mondo delle criptovalute. Vi è poi un’altra questione che dobbiamo necessariamente affrontare prima di concludere questo nostro lungo articolo e che riguarda la scarsa copertura che i media italiani danno ai temi ambientali; sui giornali italiani non si parla quasi mai di inquinamento, non troverete mai un articolo su uno dei giornali italiani che denuncia, ad esempio, la catastrofe ambientale provocata dalle raffinerie, difficilmente vedrete i giornali denunciare gli enormi danni alla salute pubblica provocati dai motori diesel, non sentirete mai denunciare da queste persone i pericoli delle perforazioni petrolifere, non vi informano di come l’eni stia devastando la Basilicata per estrarre petrolio, così come non vi informano su quasi nessuno degli enormi, giganteschi, danni ambientali provocati dall’industria pesante in questo paese. Gli stessi giornali che occultano tutte queste notizie all’opinione pubblica hanno però prodotto negli ultimi anni un vero e proprio bombardamento sulla presunta “catastrofe ambientale” provocata da bitcoin; già solo questo dovrebbe bastare a un lettore mediamente intelligente a comprendere quali sono le reali dinamiche in gioco. Come direbbe Giordano Nanni (italiano emigrato in austrialia e divenuto con The Juice Media uno dei principali autori satirici del paese) “cool and normal”.