Bitcoin ed Ethereum sono commodity, lo status di XRP, la moneta nativa di Ripple, non è ancora chiaro, a dirlo è il presidente della CFTC

Intervistato dal canale di notizie online Cheddar il 13 gennaio. Heath Tarbert, presidente della CFTC (Commodity Futures Trading Commission) ha dichiarato che mentre è dato ormai per assodato che monete decentralizzate come BTC ed ETH siano equiparabili a delle commodity, lo status di XRP (la moneta nativa di Ripple) non è ancora altrettanto chiaro. Come accennato nella nostra analisi settimanale di ieri sul prezzo di XRP le affermazioni di Tarbert hanno iniziato a circolare rapidamente sui social aumentando l’insicurezza e il timore per gli investitori che, qualora XRP venisse equiparato a una security, finendo così sotto la giurisdizione della SEC, il suo valore potrebbe facilmente precipitare. Nella stessa intervista il presidente della CFTC ha ribadito la sua posizione positiva nei confronti del mercato delle risorse digitali, rimarcando come l’istituzione da lui presieduta abbia contribuito attivamente alla loro crescita; la CFTC, di questo è convinto Tarbert, sta gradualmente aiutando a legittimare il mercato degli asset crittografici contribuendo a far aumentare l’afflusso di liquidità nel comparto e lavorando per fornire agli investitori gli stessi strumenti che hanno a disposizione sul mercato dei futures come, ad esempio, la rilevazione dei prezzi e la gestione del rischio.

Intanto proseguono, negli USA, le cause che vedono coinvolta proprio Ripple, citata in giudizio da alcuni investitori i quali affermano di essere stati truffati e tratti in inganno con la promessa che la crescita dell’azienda avrebbe trovato una corrispondenza nella crescita del valore del token; la questione, banalmente, potrebbe essere risolta, a mio parere, sulla base della natura più o meno decentralizzata di una moneta. Basterebbe, in altre parole, equiparare a commodity le monete decentralizzate mentre le monete che fanno riferimento a realtà di tipo aziendale, come appunto ripple, andrebbero equiparate a delle security. Ovviamente le cose non sono così semplici, tuttavia muoversi in questa direzioni significherebbe dare certezza normativa al comparto e favorire in questo modo la crescita del settore, attualmente frenata proprio dall’incertezza in termini di regolamentazione. La sensazione, comunque, è che le autorità statunitensi preferiscano non decidere, e del resto sappiamo bene quanto ripple sia impegnata nel fare lobbying (tanto da aver aperto di recente una nuova sede a Washington) per cui la cosa non ci stupisce più di tanto; quello che accadrà, con ogni probabilità, è che alla fine la decisione verrà presa nelle aule di tribunale e solo a quel punto, dato che le sentenze negli USA fanno giurisprudenza, le autorità di regolamentazione si muoveranno di conseguenza, regolamentando il settore sulla base di quanto deciso dai giudici.