Reuters riporta che la Cina intende porre fine all’attività di mining

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Con un articolo pubblicato in data odierna, a firma Brenda Goh, Reuters informa, riportando fonti giornalistiche cinesi, che il paese asiatico avrebbe intenzione di ridurre progressivamente l’attività di mining in Cina; in pratica un’istituzione molto importante del paese, la Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma, che si occupa di programmare la crescita della Cina a livello macroeconomico definendo e ridisegnando i settori strategici per la crescita economica del paese e dettando la linea sulle politiche industriali, avrebbe dichiarato che l’attività di estrazione Bitcoin è da considerarsi come non sicura per il paese o comunque insostenibile da un punto di vista ecologico. Per questi motivi, pur non ponendo un ban immediato, la Cina andrà a ridurre progressivamente, fino (dice reuters) ad azzerarle, il numero di aziende che si occupano di minare criptovalute; in ogni caso la discussione è pubblica ed aperta a tutti (a partire da ieri), quindi la sensazione è che aldilà dei toni molto duri usati dalla commissione, ci sia ancora amplio margine di trattativa. Molti bitcoiners, sono sicuro, avranno bollato subito questa notizia come FUD, tuttavia ho verificato io stesso le fonti e sono autentiche; ovviamente, come ho spiegato, non c’è un ban immediato, la Cina, in altre parole, non sta passando per le varie mining farm imponendo la chiusura istantanea, ma sta spingendo affinché queste capiscano che nel paese non è più aria. Anche se questa notizia è sinceramente inquietante per il mondo delle criptovalute in generale e per bitcoin in particolare, resta da dire che difficilmente possiamo immaginare che mining farm che valgono milioni di dollari l’anno semplicemente accettino di morire perché l’ha deciso il governo, quello che ci viene più facile credere è che, più verosimilmente, queste aziende andranno a spostare la loro attività altrove (sempre ammesso che la commissione non ritorni sulle sue decisioni). Qualche giorno fa avevamo parlato del fatto che Bitmain si sta muovendo per distribuire il suo hardware nelle zone del paese in cui l’abbondanza di piogge favorirà il crollo del prezzo dell’energia idroelettrica, questa mossa appare quindi acquisire una nuova dimensione alla luce della notizia di oggi; sembra infatti che Bitmain voglia tentare di dimostrare al governo che è possibile minare bitcoin anche in maniera ecologica. Proprio Bitmain è difficile ipotizzare possa semplicemente limitarsi a chiudere battenti, quando per altro si vocifera sia prossima a quotarsi in borsa. La notizia, quindi, pur essendo di certo non entusiasmante non è poi così terrorizzante come potrebbe sembrare, per prima cosa perché il governo cinese ha dimostrato di non essere stupido (ma questo lo sapevamo già) evitando di entrare a gamba tesa sul mercato con un ban definitivo ed immediato delle attività di estrazione mineraria ma incentivando le aziende a ridurre progressivamente la loro presenza nel paese (perché di questo stiamo parlando) ed in secondo luogo perché le conseguenze di questa decisione possono essere solo due, o il mercato verrà inondato di hardware cinese a basso costo che renderà possibile a molte persone avviare un’attività di mining nel resto del mondo a costi relativamente bassi (quanto meno per l’acquisto delle attrezzature), o semplicemente le aziende operanti in Cina si sposteranno altrove.