IOTA (miota): cos’è, a cosa serve e qual è la storia di questa piattaforma

IOTA è stato per lungo tempo uno dei progetti che ha goduto delle maggiori attenzioni da parte degli investitori, nonostante sia ancora a tutt’oggi nella top 20 delle prime monete per capitalizzazione, il progetto sembra essere uscito dai radar dei maggiori osservatori; in realtà, ma questa è una cosa abbastanza comune nel mondo delle cripto, anche nel momento di maggiore fama le perplessità e i dubbi relativamente a questo progetto non sono mai mancate (soprattutto da una certa parte della comunità) e c’è chi vede nel recente calo di attenzione verso IOTA la dimostrazione del fatto che si è sempre trattato più di fumo che di arrosto. A prescindere da come la si voglia vedere, quindi, in questo post tenteremo di comprendere meglio in cosa consista IOTA, quali siano le sue peculiarità, perché questo progetto ha calamitato così tanto entusiasmo nei mesi scorsi e, soprattutto, se nel lungo periodo rappresenta ancora una scommessa intelligente o se, piuttosto, non sia meglio orientarsi ad investire su altre monete.

Storia di IOTA

Iota viene comunemente considerato un progetto abbastanza giovane, è nato infatti nel 2015 da David Sønstebø, Sergey Ivancheglo, Dominik Schiener, e Dr. Serguei Popov con la pubblicazione di un whitepaper ed entrato in fase di beta test l’anno successivo (2016). Un anno dopo, nel luglio 2017, IOTA inizia ad essere quotata dai maggiori exchange, a partire da bitfinex, che è la prima piattaforma di scambio ad aprire il commercio. Il progetto è sotto il controllo della IOTA Foundation (nemmeno menzionata sul sito in lingua italiana); ovviamente sono andato a curiosare sul sito ufficiale (iota.org) e qui ho potuto trovare un po’ di informazioni sulla fondazione (bene). Intanto occorre dire (ma ne parleremo più avanti) che IOTA non è una moneta minabile e che tutta la fornitura disponibile è già in circolazione, distribuita proporzionalmente tra tutti coloro che hanno partecipato alla ICO. La IOTA foundation detiene attualmente il 5% della fornitura circolante, somma raccolta subito dopo aver distribuito i token sotto forma di donazioni; istituita ufficialmente a Berlino, il 3 novembre 2017, la fondazione è stata pensata per rappresentare un’entità indipendente e neutrale (senza scopo di lucro) il cui obiettivo è contribuire allo sviluppo del progetto. Il suo finanziamento avviene attraverso la raccolta di donazioni da parte della comunità e dalla vendita dei token rimasti invenduti durante la ICO; la fondazione, come si può leggere sul sito ufficiale, raccoglie anche sovvenzioni da parte di governi e privati (anche aziende) per svolgere attività di ricerca e sviluppo. Per garantire gli investitori relativamente alla correttezza del proprio operato la IOTA foundation si è dotata di alcuni organi di controllo tra cui, oltre al consiglio di amministrazione che si occupa degli aspetti più operativi del progetto, un consiglio di vigilanza (che supervisiona il lavoro del consiglio di amministrazione) e un comitato consultivo che si occupa di fornire una consulenza indipendente. Tutto questo, come detto, per fornire le doverose garanzie agli investitori relativamente alla correttezza con cui la fondazione stessa opera.

Come funziona IOTA

Nel paragrafo precedente abbiamo accennato di come IOTA non sia minabile e di come tutta la fornitura di token prevista sia già in circolazione; questo implica (e i lettori più scafati lo avranno già intuito) il fatto che questa moneta non sia costruita intorno a una blockchain e, sinceramente, per quanto mi riguarda faccio anche fatica a definirla una criptovaluta. IOTA usa un sistema chiamato tangle, che non è basato su una blockchain ma su un grafo aciclico diretto; questo rende possibile effettuare transazioni a zero commissioni (vedremo più avanti perché) e consente una scalabilità potenzialmente infinita dal momento che questa aumenta in maniera proporzionale all’aumentare delle transazioni. Ma se non ci sono i miners e non c’è una blockchain chi è che valida le transazioni? Sono gli utenti stessi a farlo, ogni volta che un utente desidera movimentare i propri fondi, infatti, deve provvedere a validare (risolvendo un rompicapo matematico col proprio computer) altre due transazioni; in questo modo, quindi, come detto, la capacità della rete di processare le transazioni aumenta in maniera direttamente proporzionale al numero di transazioni stesso. Il core di questo progetto riguarda l’internet of things (internet delle cose), sostanzialmente, quindi, l’obiettivo è quello di costituire uno standard per la gestione dei flussi di dati degli oggetti messi in rete (dagli elettrodomestici intelligenti, passando per le auto connesse a internet fino ad arrivare alle smart city), consentendo al contempo di gestire microtransazioni per ricompensare gli utenti che decideranno di condividere questi dati o di mettere i loro “beni smart” al servizio della rete. Le potenzialità del progetto, come chiunque può facilmente intuire, sono teoricamente infinite dato che nei prossimi anni assisteremo a un proliferare di dispositivi connessi a internet man mano che settori come la domotica e le auto a guida autonoma prenderanno sempre più piede nella società; non è difficile, infatti, immaginare un futuro, ad esempio, in cui le auto saranno tutte connesse ad internet ed è scontato che i dati raccolti da questa nuova generazione di auto faranno gola a molte aziende (immaginiamo ad esempio le assicurazioni) le quali faranno di tutto per accaparrarseli. Lo stesso possiamo affermare per quasi qualunque dispositivo, pensiamo ad esempio a un frigorifero smart, capace di avvisarci se il latte, le uova o qualunque altro tipo di alimento è scaduto o se, ancora, abbiamo bisogno di comprare altro pane perché quello che conserviamo nel congelatore sta per finire; ebbene, non è difficile immaginare che le grandi catene di supermercati possano smaniare per mettere le mani su quel tipo di informazioni. Se si desidera fare in modo che gli utenti siano retribuiti per la condivisione di questi dati, però, occorre anche predisporre una criptovaluta per farlo, ed è proprio questo che IOTA punta a realizzare, un ambiente che consenta al contempo sia la raccolta dei dati sia di retribuire chi quei dati li mette a disposizione, rappresentando quindi in un certo senso una sorta di gigantesco marketplace dei big data.

Le accuse di scam a IOTA da parte della comunità delle criptovalute

Le accuse di scam sono una cosa molto comune nel mondo delle cripto, anche perché i massimalisti bitcoin tendono a bollare come truffa qualunque cosa che non sia BTC inclusi progetti che in realtà sono molto solidi; come sono solito scrivere ogni volta che ne ho l’opportunità il massimalismo è una vera e propria piaga per questo settore, una forma di estremismo di cui dovremmo tentare di liberarci. Ma è questo il caso anche di IOTA? A ben vedere no, le accuse di scam avanzate contro IOTA potranno essere forse eccessive (nel senso che non c’è a monte una vera e propria volontà di truffare gli investitori) ma appaiono sostanzialmente corrette. Basta farsi un giro sui forum per rendersi conto che pullulano letteralmente delle lamentele di utenti che denunciano di non riuscire più a movimentare i loro fondi, affermando che le loro transazioni rimangono in pending. Ovviamente c’è chi sostiene che tutto questo sia stato realizzato di proposito, non potendo spostare i propri token sulle piattaforme di scambio gli utenti non possono nemmeno venderle, e se nessuno vende il prezzo del token inevitabilmente è destinato ad aumentare. Sinceramente non saprei dire se questo problema si protragga ancora ad oggi, ma sicuramente nel corso del 2017 (proprio il momento in cui, guarda caso, IOTA aveva i maggiori rialzi) questa era una realtà abbastanza diffusa. I lettori più assidui, poi, sanno che normalmente dedico un paragrafo a descrivere nella maniera più semplice possibile come funzionano i protocolli di consenso e gli algoritmi di crittografia che consentono il funzionamento delle criptovalute di cui scrivo, cosa che però in questo caso non ho fatto, limitandomi a dire che le transazioni vengono validate dagli utenti i quali, per poter movimentare i loro fondi, devono prima provvedere a validare altre due transazioni. Ho spiegato che IOTA non funziona sulla base di una blockchain ma che usa un grafo aciclico diretto (chiamato tangle) e che il processo di validazione avviene risolvendo un rompicapo matematico (un po’ come succede anche con Bitcoin); l’algoritmo di hash che è alla base di tutto questo sistema prende il nome di “curl”. Per quale motivo non ho speso nemmeno due righe per descrivere come funziona curl? Semplice, perché curl non funziona…

E chi lo dice che curl non funziona? Lo dico io? Lo dice la redazione di ValuteVirtuali? No, lo dice il MIT (Massachusetts Institute of Technology). In un articolo pubblicato su medium (https://medium.com/@neha/cryptographic-vulnerabilities-in-iota-9a6a9ddc4367) Neha Narula (direttrice del Digital Currency Initiate al MIT Media Labs) dichiara di aver trovato una serie di vulnerabilità su Curl che se pure non sono più riscontrabili nelle versioni attualmente in circolazione, aprono scenari alquanto inquietanti. Per testare la sicurezza di un algoritmo di hash, infatti, occorrono anni, non è cosa che si possa ottenere in pochi mesi di lavoro, il fatto che siano emerse già delle vulnerabilità (se bene, lo ribadisco, attualmente già superate) lascia immaginare che ve ne possano essere delle altre. Le maggiori criptovalute usano algoritmi di hash la cui sicurezza è già stata comprovata, curl di IOTA, invece, è un algoritmo nuovo, sulla cui sicurezza non è possibile ad oggi mettere la mano sul fuoco. Che senso avrebbe avuto, da parte mia, impegnarmi a comprendere e descrivere il funzionamento di un algoritmo di hash la cui sicurezza non è mai stata comprovata al 100%? Nessuno, quindi ho bellamente ignorato questa parte dell’approfondimento e mi sono dedicato invece, come ho fatto in questo paragrafo, a presentare quelle che attualmente vengono considerate le due maggiori criticità del progetto.

Conclusioni

Dal momento che io non sono un massimalista non ho alcuna difficoltà ad ammettere che (almeno sulla carta) IOTA rimane ancora oggi uno dei progetti più interessanti nel mondo delle criptovalute e dubito sinceramente che la fondazione abbia realmente l’intenzione di truffare gli investitori; del resto sarebbe folle, avendo in mano un progetto potenzialmente rivoluzionario, decidere di buttare tutto alle ortiche per arricchirsi alle spalle degli investitori. Se IOTA riuscirà a centrale i propri obiettivi si troverà in mano una miniera d’oro e pensare che invece di puntare al bersaglio grosso si accontentino di frodare gli investitori bruciandosi per sempre la credibilità (che in questo settore è sostanzialmente tutto) lo trovo semplicemente folle. Che però il progetto presenti grosse criticità e punti interrogativi è un dato di fatto; come sempre, quindi, si tratta di fiducia; chi credesse in questo progetto e avesse piena fiducia nelle capacità degli sviluppatori di superare i limiti e i difetti fin qui emersi realizzando concretamente quello che fino ad oggi è descritto solo sul whitepaer sta giustamente accumulando IOTA, consapevole che qualora il progetto arrivasse in porto quei token potrebbero facilmente valere una fortuna in futuro. Io personalmente non credo che sia una mossa furba puntare i propri soldi basandosi solo sulla fiducia, e non perché reputi che ci sia a monte una chiara volontà di truffa, ma perché credo che non sia per nulla scontato che IOTA riesca effettivamente a realizzare quello che si propone. Ciò non toglie che, almeno su carta, lo ripeto, questo rimanga un progetto molto interessante, non fosse altro per la capacità di creare un modello capace veramente di consentire microtransazioni a costo zero e senza commissioni; prima però di valutare di metterci sopra i miei soldi (nel rispetto delle regole che mi sono dato) voglio essere perfettamente sicuro del corretto funzionamento di un progetto e, dal momento che per essere certi che curl funzioni a dovere e non abbia criticità o bug nascosti ci vorranno anni, penso che la cosa più intelligente da fare sia di continuare a seguire il progetto, osservandone crescita e sviluppo, senza però investirci concretamente sopra. Questa, però, è solo la mia opinione personale, che tanti ovviamente non condivideranno, per cui se stai valutando la possibilità di investire su IOTA ti invito, come sempre, a fare tutte le valutazioni che reputi necessarie ragionando con la tua testa; quello che tentiamo di fare su ValuteVirtuali è semplicemente fornirti alcune indicazioni nella speranza che ti aiutino ad avere un quadro più dettagliato della situazione prima di procedere concretamente con un investimento, ma la decisione finale spetta a te, ed è giusto e sacrosanto che sia così.