NEO: la piattaforma che contende ad ethereum il mercato asiatico

NEO è stata una delle criptovalute che ha goduto di maggiore hype durante il 2017, quando il mercato delle cripto stava esplodendo e l’entusiasmo era palpabile e dilagante; in quel periodo NEO si poneva come uno dei progetti più interessanti tra la miriade di cripto sul mercato. Oggi l’entusiasmo s’è un po’ spento, ma questo vale un po’ per tutte le cripto con l’avvento del bear market, tuttavia molti osservatori continuano a guardare con enorme entusiasmo a quella che viene comunemente percepita (ma non per questo in maniera corretta, come avremo modo di vedere) l’ethereum cinese. Tra il 2016 e il 2017 l’entusiasmo per ETH era alle stelle e molti la consideravano la vera alternativa a BTC, di questo entusiasmo dilagante trasse beneficio anche NEO proprio in virtù della qualifica di “ethereum cinese” che calamitò le attenzioni di molti investitori (sia piccoli che grandi); in questo post, quindi, tenteremo di capire meglio in che cosa consista questo progetto e se veramente tutto quell’hype era giustificato o se non si è trattato, invece, soltanto del risultato di abili manovre di marketing.

Storia di NEO: il rebranding di antshares

Il progetto nasce nel Febbraio 2014 col nome di antshares dall’intuizione di Da Hongfei (founder) e di il Zhang Zhengwen (co-founder e principale sviluppatore del progetto); la moneta non è minabile e la fornitura fu inizialmente divisa in 50 milioni di token (piazzati sul mercato per finanziare il progetto attraverso un crowdfunding) cui vanno aggiunti altri 50 milioni di token destinati al team di sviluppo e suddivisi più precisamente come segue: 10 milioni agli sviluppatori (membri del consiglio che potranno spenderli per consolidare e sviluppare il progetto), più altri 10 milioni di token distribuiti sempre agli sviluppatori attraverso un sistema di incentivi. Vi sono poi ancora 15 milioni di NEO a disposizione per investimenti in altri progetti (da spendere sempre per sviluppare e far crescere la piattaforma), cui si aggiungono, infine, gli ultimi 15 milioni che potremmo etichettare come destinati a “spese varie ed eventuali”. Già solo questo ha generato notevoli perplessità in molti osservatori che tendono a diffidare delle cripto “pre-minate” dal momento che tutta questa supply in circolazione apre al rischio di pesanti dumping qualora qualcuno decidesse (per svariati motivi) di voler vendere massicciamente tutte quelle monete; il fatto poi che proprio nel 2017 il progetto (che aveva presentato limiti di vario tipo e criticità di diversa natura) abbia subito un rebranding cambiando nome da antshares a NEO non ha che contribuito ad alimentare tali perplessità. Anche i rebranding, infatti, sono spesso causa di diffidenza nel mondo delle criptovalute dal momento che quando un progetto cambia nome diventa difficile per i nuovi investitori ricostruire quanto accaduto negli anni precedenti; un neofita che stesse valutando di investire su un dato progetto, quindi, essendo all’oscuro del fatto che quella determinata moneta precedentemente aveva un altro nome, si troverebbe impossibilitato a ricostruirne pienamente la storia e ad accedere ad informazioni che, qualora fossero sottoposte alla sua attenzione, potrebbero indurlo a decidere di non investire. I progetti che, dopo anni e anni di sviluppo, improvvisamente cambiano nome non sono mai visti di buon occhio dalla comunità delle criptovalute e NEO non fa alcuna eccezione a questa regola.

Come funziona e a cosa serve NEO

Neo funziona in maniera perfettamente sovrapponibile ad ETH, si tratta quindi di una piattaforma che consente di gestire smart contract, Dapp e ICO; anche qui abbiamo una criptovaluta nativa (NEO), cui è associato un token che come per ETH prende il nome di GAS. Anche qui abbiamo una virtual machine che codifica gli smart contract che prende il nome di Universal Lightweight Virtual Machine (NeoVM); a differenza di quanto avviene con ETH, però, NEO non utilizza un linguaggio di programmazione proprio (solidity nel caso di ethereum), ma supporta alcuni dei più comuni linguaggi correnti (C #, VB.Net, F #, Java, Kotlin, etc) cosa che, inevitabilmente, rappresenta un valore aggiunto sia agli occhi degli sviluppatori sia a quelli degli investitori. Per quanto riguarda il protocollo di consenso anche in questo caso NEO si distingue pesantemente da ETH per il fatto di usare un protocollo derivato dai sistemi di tolleranza agli errori bizantini (BFT); più precisamente questa criptovaluta utilizza un protocollo di consenso denominato Delegated Byzantine Fault Tolerance (DBFT) che potremmo dire essere in un certo senso l’equivalente di un Dpos rispetto alla proof of stake. Ora, dal momento che ci siamo già occupati sia dell’algoritmo POS che del Dpos e che abbiamo già avuto modo di descrivere i limiti di entrambi questi sistemi, in considerazione del fatto che abbiamo anche già trattato del protocollo BFT (occupandoci di stellar), non credo sia il caso di ripetere nuovamente concetti che i nostri lettori più assidui conoscono già; quello che stiamo facendo è un percorso di approfondimento e crescita continui, di conseguenza mi aspetto che un lettore nuovo si vada a recuperare i vecchi post per inquadrare al meglio la situazione. Quello che invece i nostri lettori più affezionati hanno già capito è che la BFT consente una migliore scalabilità e che tali caratteristiche di scalabilità sono ulteriormente migliorate dal meccanismo della delega che fa in modo che non tutti i nodi della rete partecipino alla validazione dei blocchi ma che solo alcuni (che vengono definiti “nodi validatori”) abbiano questa opportunità. Che un sistema strutturato in questa maniera sia difficile da considerare come pienamente decentralizzato diventa quindi persino banale affermarlo, del resto sappiamo che ogni criptovaluta, a prescindere dal protocollo di consenso utilizzato, deve misurarsi col famoso trilemma per cui all’aumentare della scalabilità la rete diventa inevitabilmente sempre più centralizzata. Al netto di tutto quanto sin qui detto, quindi, chi ci ha seguito in questo percorso di studio delle criptovalute che ormai portiamo avanti da mesi, ha già capito dove nascono i problemi, ma di questo ci occuperemo meglio nel prossimo paragrafo.

NEO: è tutto oro quello che luccica?

La risposta alla domanda che fa da titolo a questo paragrafo è chiaramente NO! Se qualcuno, in altre parole, mi chiedesse se mi fiderei a investire i miei soldi in NEO la risposta sarebbe una fragorosa risata. I motivi sono già stati elencati (tra le righe) nel corso dei paragrafi precedenti, qui però ho intenzione di esplicitarli e renderli più chiari, oltre che di aggiungere un particolare di cui ancora non ho avuto modo di parlare. Intanto abbiamo detto che questa moneta è stata pre-minata e che quindi in qualunque momento c’è il rischio che arrivi un pesante dump che noi, come piccoli investitori esterni, non avremmo alcun modo di preventivare; in secondo luogo il protocollo DBTF pare chiaramente orientato alla centralizzazione e noi, da bravi bitcoiners, tendiamo a diffidare di tutto quanto non risulti pienamente decentralizzato. Abbiamo anche detto che originariamente questo progetto aveva un altro nome e che il rebrading che lo ha rinominato in NEO (avvenuto nel 2017) pare chiaramente orientato ad occultare alcuni limiti e criticità che erano emersi negli anni precedenti quando ancora questa piattaforma era conosciuta col nome antshares. Come se tutto questo non bastasse, poi, i progetti che si pongono come competitor naturali di ethereum fanno delle ICO uno dei loro principali punti di forza; ma NEO è basata in Cina ed ogni appassionato di criptovalute degno di questo nome sa benissimo che il governo cinese ha espresso in numerose occasioni la propria grande diffidenza nei confronti di questo tipo di strumento (parlo sempre delle ICO) reputandolo (e forse nemmeno a torto) come un sistema per finanziarsi sui mercati aggirando le rigide leggi che regolamentano il mercato delle utilities. Ma c’è un altro motivo ancora che mi porterebbe a rispondere con una fragorosa risata a chi mi chiedesse se sono disponibile a investire il mio denaro su NEO ed è che questa criptovaluta è stata comunemente definita come l’ETH asiatico quando in realtà tutte le mie fonti (in Cina e in Corea del sud) di questa piattaforma se ne infischiano beatamente; da quel che mi risulta, quindi, ma potete verificarlo voi stessi andando a controllare sui forum frequentati dagli asiatici aiutandovi con google transalte, in Asia (principalmente in Cina e in Corea del Sud, paesi cardine per quanto riguarda il mondo delle criptovalute) è un altro progetto ad essere considerato l’ethereum asiatico (si chiama Qtum, ne parleremo magari in un’altra occasione). Mentre quindi in Europa e in America circolava sempre più la diceria secondo la quale NEO sarebbe l’ETH asiatico, contribuendo così a generare l’hype che ha prodotto il forte rialzo del 2017, sul mercato asiatico tutti i maggiori investitori stavano invece guardando a Qtum (un progetto di cui invece in Europa e in America si sente pochissimo parlare). Alla luce di tutto questo, quindi, per quanto mi riguarda tendo a snobbare abitualmente NEO, fatta eccezione per alcune particolari circostanze in cui ho fatto dei trade speculativi (finalizzati quindi solo a fare profitto a breve termine) e non reputo questo progetto adatto a un investimento di lungo termine.

Conclusioni

NEO più che una concreta opportunità di investimento (ma questa è solo la mia opinione, chi mi legge è come sempre invitato a ragionare con la propria testa) rappresenta invece un caso tipico di tutto ciò che un investitore dovrebbe valutare accuratamente prima di convertire il proprio denaro in una determinata criptovaluta. Ci sono stati dei rebrading? In quale paese si basa il progetto? Come si pone quel paese rispetto al mondo delle criptovalute? Che tipo di regolamenti ci sono in quel paese? Quale parte della supply è già in circolazione e chi la detiene? Che tipo di algoritmo di consenso è utilizzato? Il progetto è effettivamente decentralizzato o lo è solo in apparenza? Le voci che circolano intorno a quella criptovaluta sono vere? L’hype è motivato o è invece solo pilotato attraverso precise azioni di marketing? Chi si ponesse tutte queste domande prima di fare un investimento a lungo termine su NEO finirebbe inevitabilmente per desistere, preferendo orientarsi verso altre cripto (ce ne sono un’infinità sul mercato). Posto che non esiste una cripto sicura su cui investire (nemmeno bitcoin è un investimento sicuro, come tutti coloro che hanno comprato a 20.000 dollari hanno scoperto a proprie spese), è però vero il contrario, che esistono cioè criptovalute molto poco sicure su cui investire. Se chi ha investito su bitcoin quando prezzava a 20.000 dollari ha ancora solide speranze di poter recuperare le proprie perdite, chi avesse investito su progetti meno solidi (come, a mio parere, nel caso di NEO), in questo momento starà facendo enorme fatica a continuare ad holdare (sempre ammesso che holdare possa essere considerata una mossa intelligente in questo caso). Chi vuole investire in criptovalute, quindi, oltre a non investire mai più di quanto sia disposto a perdere deve avere l’abitudine a studiare e ad approfondire in maniera accurata la storia del progetto su cui sta mettendo i propri soldi, perché una volta che abbiamo comprato non si torna più indietro e non c’è niente di peggio che scoprire che la criptovaluta su cui abbiamo investito con tanta fiducia non ci da in realtà tutte quelle garanzie che credevamo di avere.