La frottola secondo cui Bitcoin spreca troppa energia

Oggi finalmente è possibile porre la parola fine ad una delle fake news più insistenti tra quelle che circolano sul mondo di Bitcoin, cioè la presunzione che l’eccessivo consumo di energia elettrica necessario per minare la criptovaluta più famosa al mondo lo renda nel lungo periodo un asset insostenibile per il pianeta. L’ultimo aggiornamento in ordine di tempo di questa conclusione è un documento della Bank for International Settlements, la banca con sede a Basilea controllata da 60 banche centrali mondiali che disciplina le transazioni tra le banche centrali stesse.

In questo report, BIS, elenca una serie di ragioni per cui Bitcoin e le altre valute digitali non possono essere utilizzate come mezzo di pagamento universale. Ci occupiamo adesso solo della prima motivazione, quella che riguarda l’eccessiva dissipazione di energia elettrica da parte di Bitcoin e delle altre divise digitali che vengono minate, ovvero prodotte attraverso un lavoro di elaborazione degli hardware. Questa motivazione è stata confutata dalla rivista Forbes, dove si precisa che il sistema minerario, oltre ad avere un costo sociale ed ambientale drammaticamente più alto, eccede per 5 volte il consumo energetico di Bitcoin.

Se poi si pongono a confronto, seguita Forbes, i costi di Bitcoin con quelli del sistema bancario, ci si rende conto che i numeri sono ancora più elevati. Forbes infatti precisa che tre milioni di ATM sparsi per il mondo assorbono complessivamente la stessa quantità di energia elettrica usata dalla rete di Bitcoin. Gli ATM però costituiscono solo una parte circoscritta dell’intera struttura bancaria. Non possiamo di fatto non menzionare le risorse energetiche assorbite da circa un milione di immobili appartenenti agli istituti di credito e alle banche di investimento, a cui si deve aggiungere la spesa energetica per le attrezzature e per i 60 milioni di dipendenti che vi lavorano. In realtà si è tentato di calcolare l’intero fabbisogno di energia elettrica della infrastruttura bancaria mondiale, giungendo alla conclusione che esso supera di tre volte quello della rete Bitcoin.

I numeri pertanto dimostrano che i costi energetici di Bitcoin o di qualsiasi altra divisa digitale minabile non sono affatto superiori a quelli richiesti da altri settori produttivi. Affermare quindi che il costo energetico del mining rappresenti un ostacolo all’evoluzione della tecnologia blockchain è una falsità e le ricerche lo dimostrano.

Tuttavia si può intuire perché BIS abbia raggiunto conclusioni opposte nel suo elenco di controindicazioni sulle criptovalute. Si dovrebbe riflettere sulla circostanza che la gestione dell’energia è uno dei compiti irrinunciabili di uno Stato nazionale che eserciti una forma di sovranità. E’ sufficiente osservare come anche l’Italia, meno indotta a conservare la propria sovranità, tuteli il fattore energetico. Il Bel Paese in effetti è la nazione con la più elevata presenza di basi militari straniere sul proprio territorio, ciononostante non ha mai rinunciato al suo patrimonio energetico in Libia, anche quando per difenderlo si sono rischiate circostanze al limite per funzionari ed operai inviati in situazioni di guerra.

Per quest’ordine di ragioni la questione energetica deve essere riproposta in altri termini, dove quello che conta è l’ambito di sovranità restituito dalla gestione dell’energia. Per i poteri forti non è il consumo dei miners che importa, ma il fatto che questo consumo elevato non rientra in nessun settore che abbia una qualche forma di sovranità. Il consumo energetico di un miner è quello di un privato cittadino niente affatto subordinato ad una categoria sociale, produttiva o economica riconosciuta da uno Stato o istituzione sovrana.

In buona sostanza con Bitcoin il consumo energetico individuale assume una rilevanza significativa che non può essere trasferita con troppa facilità. Per questa ragione nonostante l’argomento dell’eccesivo consumo energetico sia stato abbondantemente superato resterà ancora un appiglio per tutti i detrattori dell’industria dei mercati virtuali e dei miners non ancora regolarizzati. Nello specifico se il mining diventasse il settore produttivo di uno Stato, il dispendio energetico rientrerebbe tra i costi di esercizio imputabili al sovrano, e a quel punto la blockchain inevitabilmente manderebbe al macero tutte le sue valenze innovative per l’umanità.

D’altro canto fino a quando la blockchain resterà fedele alla sua indole innovativa, ovvero quella di concedere ad ogni singolo individuo talune importanti prerogative di sovrano, il dispendio energetico non potrà mai annoverarsi tra le quote che il sovrano ritiene necessarie per il bene comune. Senza fare troppa enfasi, si tratta di una delle tante discussioni che la blockchain sta facendo emergere dalla storia della nostra civiltà.

D’ora in poi perciò, quando si leggerà che bitcoin consuma troppa energia elettrica si sarà in grado di vedere il problema sotto una luce diversa e alternativa, per cui il vero dilemma è la perdita di sovranità che le nuove tecnologie possono generare. La gestione del consumo energetico da parte degli hardware di Bitcoin appartiene tuttora ad un ambito istituzionale e statale che le comunità nazionali non vogliono concedere, in quanto il prezzo sarebbe una ineluttabile perdita di potere.

Di Vincenzo Augello

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