Bitcoin: anche il Giappone sta guardando con interesse agli ETF

L’agenzia giapponese dei servizi finanziari (FSA) ha confermato di guardare con interesse all’emissione di ETF bitcoin nonostante esprima l’intenzione di procedere con cautela perché timorosa degli effetti che l’alta volatilità potrebbe avere su questi strumenti; che il Giappone sia uno dei paesi più all’avanguardia quando si parla di criptovalute è cosa nota, ieri, durante un incontro tenutosi presso la camera alta del parlamento Takeshi Fujimaki (un politico) è intervenuto evidenziando come probabilmente gli USA siano vicini all’approvazione di un ETF bitcoin e il Giappone dovrebbe evitare di rimanere indietro da questo punto di vista. Un altro aspetto interessante emerso durante questo incontro, come riporta l’edizione giapponese di cointelegraph, è il fatto che con gli ETF ci sarebbe le possibilità di affidare la custodia dei bitcoin a istituzioni finanziarie, il che taglierebbe alla radice il problema degli hacking che il Giappone vive (non a torto) come una sorta di limite sistemico per il mercato delle criptovalute; sostanzialmente i governi, nel momento in cui regolamentano il mercato, sono tenuti a porsi il problema di come tutelare gli utenti anche dai furti informatici, oltre che dalle truffe, e il ricorso agli ETF potrebbe rappresentare una soluzione ideale a questo tipo di problema. L’introduzione degli ETF, evidenzia poi Fujimaki aumenterebbe i volumi sul mercato, portando nuova liquidità dal momento che attirerebbe e faciliterebbe gli investimenti istituzionali e questo potrebbe rappresentare la chiave di volta per porre un freno all’elevata volatilità che, inevitabilmente, tenderebbe a ridursi nel momento in cui aumenta la liquidità, tanto più se proveniente da investitori istituzionali per loro natura meno irrazionali rispetto agli investitori che, tradizionalmente, operano sul mercato delle cripto. L’FSA non ha però mancato di sollevare le proprie perplessità rispetto alla mancanza di valore intrinseco di bitcoin (questione annosa questa) che sarebbe secondo loro la vera causa della volatilità; qui il discorso si fa più complesso perché il fatto che bitcoin non abbia valore intrinseco secondo i canoni classici della teoria economica non significa necessariamente che questo sia vero, potrebbe anche essere (ma questa è una mia opinione) che trattandosi di un nuovo paradigma i canoni classici della teoria economica mal si adattino all’analisi di questi strumenti. Su un aspetto della questione mi trovo però per una volta d’accordo con dei politici, circa un mese fa, ad aprile, il ministro delle Finanze giapponese ha esortato i giornalisti a smettere di usare termini come “criptovalute” e “valute virtuali” per definire questi strumenti, abituandosi ad usare il termine (previsto espressamente dalla nuova normativa giapponese) di “crypto asset”. Ho sostenuto io stesso in diverse occasioni che il termine “criptovalute” sia probabilmente inadeguato perché genera confusione in tutti (non solo nelle persone comuni, ma anche nelle stesse istituzioni, finanziarie e governative) e che si dovrebbe trovare un termine più adeguato per definire le cripto. Non saprei dire, sinceramente, se “risorse crittografiche” possa essere considerata una nomenclatura adatta, ma sicuramente il fatto che i giapponesi abbiano sollevato la questione dimostra bene che il paese è sicuramente tra coloro che guidano l’innovazione e la crescita del settore a livello internazionale. Quando si parla di questi strumenti abbiamo degli oggettivi problemi di definizioni che prima o poi andranno presi di petto; ancora oggi non esiste una definizione univoca e condivisa da tutti di cosa sia bitcoin o, più in generale, di cosa siano le criptovalute. In assenza di definizioni chiare, precise e condivise da tutti affrontare l’aspetto normativo diventa sostanzialmente impossibile, tanto più se si vuole ragionare a livello globale. Il paradosso è quindi che, ed è un caso raro nella storia dell’uomo, ci troviamo ad usare degli strumenti che sono già discretamente diffusi ma di cui sembriamo ignorare in larga parte la natura; persino i più esperti se interrogati sulla questione delle definizioni iniziano a balbettare. Intendiamoci, trovare una definizione univoca che rappresenti correttamente e in maniera completa che cos’è una criptovaluta non è cosa semplice e richiederebbe competenze così vaste e trasversali che probabilmente ci vorranno anni prima che possa emergere una terminologia così accurata; il problema però esiste, non andrebbe trascurato e il fatto che il Giappone ne sia non solo consapevole ma abbia tentato anche di superarlo è un segnale importante di quanto il mercato sia maturato negli ultimi tempi.