I parlamentari USA chiedono chiarezza all’autorità fiscale statunitense

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Con l’approssimarsi della scadenza prevista per la presentazione della dichiarazione dei redditi (il prossimo 15 aprile) 21 parlamentari USA hanno firmato una lettera indirizzata all’IRS (l’autorità fiscale americana) in cui chiedono si faccia chiarezza su come i contribuenti debbano presentare i profitti derivati dall’aver investito in criptovalute. La lettera, che ha tra i suoi firmatari esponenti di tutti i gruppi (sia dem che repubblicani), evidenzia come l’ultimo documento rilasciato dall’IRS presenti diversi punti poco chiari ed in particolare manca una guida su come le varie valute virtuali debbano essere trattate all’interno del regime fiscale. I parlamentari evidenziano poi, con questa lettera, come l’IRS abbia omesso di strutturare delle linee guida accettabili e sostenibili su come calcolare la base dei costi delle valute virtuali, l’assegnazione dei costi e la riduzione dei lotti; come si pone, chiedono ad esempio, il fisco americano in merito al trattamento da applicare ai profitti che derivano da un eventuale fork di una determinata valuta? In questo caso fanno esplicito riferimento a quanto accaduto nel 2017 col fork di BTC che ha provocato la nascita di bitcoin Cash (BCH). Chiaramente, in assenza di linee guida precise, i contribuenti americani sono abbandonati a se stessi, impossibilitati a comprendere come e se dichiarare i profitti che derivano dalle nuove monete ottenute a seguito di un fork. Anche se appare abbastanza evidente che tale lettera sia il risultato di un’azione di lobby portata avanti dalle aziende che operano nel settore i punti che i parlamentari USA sollevano sono assolutamente corretti; come mai ci si può aspettare, domandano i parlamentari, che i contribuenti rispondano in modo soddisfacente a questioni così complesse se proprio l’IRS si trincera dietro un imbarazzante silenzio? Vi è poi il tema delle perdite e di come comunicarle all’autorità fiscale; recenti stime riportano come almeno il 35% di coloro che operano nel mercato delle cripto abbia ricavato perdite (anche di un certo rilievo) nel corso dell’ultimo anno. Appare quindi del tutto legittimo pretendere di sapere se l’IRS considera necessario pagare le tasse sul possesso delle criptovalute anche per quelle persone che da tale possesso hanno ricavato solo perdite, mentre l’assenza di linee guida precise induce inevitabilmente i contribuenti a non dichiarare il possesso di criptovalute all’autorità fiscale nel caso abbiano maturato perdite nel corso dell’anno di riferimento. A fronte di tutto questo, per concludere, da cittadini italiani ed europei non possiamo fare a meno di interrogarci in merito a quando qualcuno si degnerà di fare questo tipo di domande alle nostre autorità, in un clima che (soprattutto in Italia) continua a bollare indiscriminatamente tutti coloro che operano con le criptovalute come criminali ed evasori, disinteressandosi del fatto che sono le istituzioni che evadono i loro obblighi nei confronti dei cittadini ostinandosi a non fornire delle linee guida adeguate per il settore. Perchè è facile affermare che il trading di criptovalute pone in capo ai contribuenti gli stessi oneri fiscali del trading tradizionale, ma se poi si finge di non sapere che i cripto-trader non hanno strumenti giuridicamente considerati atti a certificare la loro operatività, questo equivale ad invitarli a non includere nelle loro dichiarazioni i profitti che derivano dal trading di criptovalute.