Storia di Tether (USDT)

Cosa sono, a cosa servono e perché finiscono continuamente al centro di enormi polemiche

Tether rimane ancora oggi, nonostante il proliferare di stable coin nel corso dell’ultimo anno, il token con la maggior capitalizzazione di mercato nel mondo delle criptovalute; nonostante le polemiche intorno a questo controverso “gettone” si siano abbastanza placate negli ultimi mesi sono pronto a scommettere che torneranno presto ad essere alimentate da nuove voci, dicerie e attacchi più o meno legittimi. Di conseguenza ho pensato di iniziare questo nuovo anno partendo proprio da un’analisi di quello che sembra essere a tutti gli effetti l’anello più debole di tutto l’ecosistema e cioè proprio i famigerati USDT dei quali abbiamo già avuto modo di occuparci, ma molto superficialmente, nel nostro post dedicato alle “monete stabili”; andiamo quindi a fare un bel riassunto di quella che è la storia di Tether, illustrando a cosa serve questo token, perché è nato e, soprattutto, perché finisce continuamente e periodicamente al centro di feroci polemiche che, ogni volta, sembrano essere destinate a provocare tracolli sul mercato delle cripto

Cos’è e a cosa serve Tether

Tether è la prima delle stable coin ad essere apparsa sul mercato delle criptovalute, si tratta di un token di utilità realizzato su piattaforma Omni il cui valore è legato ad alcune delle valute FIAT (moneta a corso legale) più forti a livello mondiale come appunto i dollari americani, l’euro e lo yen giapponese; esistono quindi, nonostante normalmente siamo abituati a vedere sulle maggiori piattaforme di scambio le varie criptovalute in coppia con USDT, altri token che funzionano esattamente alla stessa maniera e che prendono quindi il nome di EuroTether (EUT) per quanto riguarda gli Euro e di YenTether (JPT) per lo Yen giapponese. Così come il valore degli USDT è legato al valore del loro sottostante (cioè i dollari americani) con un rapporto fisso di 1:1 la stessa cosa avviene ovviamente con gli euro e gli yen; ma come è possibile legare il valore di un token al prezzo di una valuta FIAT? Semplice, basta accantonare un importo equivalente in valuta a corso legale per ogni gettone che viene messo in circolazione sul mercato. Per chi non fosse abbastanza addentro al mondo delle criptovalute tutto questo potrebbe apparire assurdo, del resto perché creare un token la cui unica utilità è quella di riprodurre l’andamento del prezzo delle maggiori valute a corso legale a livello mondiale? Beh, il motivo è molto semplice, le piattaforme di scambio avevano bisogno di offrire ai trader uno strumento che consentisse loro di proteggersi dalla volatilità del mercato senza che questo le obbligasse a dover “maneggiare” valuta FIAT. Ma perché le piattaforme di scambio sono state così reticenti nell’offrire ai propri utenti la possibilità di commerciare criptovalute in coppia con valute a corso legale? Perché in caso contrario avrebbero dovuto adeguarsi alle stringenti normative che nei vari paesi regolamentano il comparto bancario. Oggi comunque il mercato delle cripto è molto maturato e sempre più piattaforme iniziano a consentire scambi anche con valute FIAT; le cose, però, non sono state sempre così ed in passato questo tipo di operatività avrebbe esposto le piattaforme a enormi rischi sotto il profilo legale.

Storia dei Tether dollari

Prima di entrare nel vivo di questo post ed iniziare a spiegare perché gli USDT sono così chiacchierati prendiamoci un attimo di tempo per scoprire qual è la storia di questo token; tether nasce sostanzialmente nel gennaio 2012 quando Jr Willet pubblicò un whitepaper che descriveva la possibilità di creare delle criptovalute che replicassero l’andamento del prezzo di un sottostante usando lo stesso protocollo di bitcoin. Inizialmente questo nuovo token avrebbe dovuto chiamarsi “realcoin” e i primi gettoni vennero emessi il 6 ottobre 2014 su blockchain bitcoin; soltanto un mese dopo, però, il 20 novembre 2014 il CEO di Tether, Reeve Collins, annunciava una sorta di “rebranding” affermando che il progetto era stato rinominato in “Tether” e che si stava lavorando per fare in modo che il progetto supportasse tre differenti token che, come accennato, sarebbero stati agganciati ai dollari americani, all’euro e allo yen giapponese. Nel settembre 2017 Tether ha annunciato che avrebbe lanciato ulteriori token ERC-20 per dollari statunitensi ed euro sulla blockchain di Ethereum; attualmente, quindi, vi sono quattro token Tether distinti realizzati sia su piattaforma Omni di Bitcoin sia su piattaforma Ethereum come token ERC-20.  Il primo scambio ad integrare il nuovo token nella propria operatività fu Bitfinex nel gennaio 2015, seguito a ruota dalle maggiori piattaforme del mercato; e qui iniziano i problemi, come stiamo per vedere nel prossimo paragrafo.

I rapporti tra USDT e bitfinex

I legami tra USDT e bitfinex sono sempre stati abbastanza opachi, non s’è mai riuscito a capire, in altre parole, se effettivamente la piattaforma di scambio controlli anche l’emissione dei tether oppure no; ufficialmente la società che controlla gli USDT è la Tether Holdings Limited nelle Isole Vergini britanniche, tuttavia lo scandalo dei “paradise paper” della fine del 2017 fece emergere dei documenti che attestavano che a creare la società erano stati dei funzionari di Bitfinex (Philip Potter e Giancarlo Devasini). Come se questo non bastasse sembrerebbe che le due società (quella che controlla bitfinex e quella che controlla tether) condividano lo stesso management ed addirittura lo stesso CEO (Jan Ludovicus van der Velde); nonostante tutte queste voci, però, sul sito ufficiale è possibile ancora oggi leggere che la Tether Limited di Hong Kong è una società interamente controllata da Tether Holdings Limited e non sarebbe quindi in alcun modo legata con la famosa piattaforma di scambio.

I dubbi sugli accantonamenti

Abbiamo spiegato che la parità tra USDT e dollaro americano viene garantita accantonando pari importi in dollari per ogni USDT emesso; il fatto che attualmente Tether sia il token con la più alta capitalizzazione del mercato (vale la bellezza di 2mld di dollari) ha fatto però storcere il naso a molte persone. Figuriamoci se la Tether Holdings Limited possiede sui propri conti una cifra di 2mld di dollari; questo tipo di critica è molto comune e ancora oggi molti continuano a sollevare la questione relativa ai mancati accantonamenti. Mentre però sui rapporti opachi tra USDT e bitfinex la cosa appare avere una sua concretezza le polemiche sui mancati accantonamenti secondo me sono prevalentemente frutto di ignoranza; tali voci sono comunque sostenute dal fatto che la società che controlla USDT ha avuto in passato notevoli problemi con le banche (c’è stata anche una causa con la wells fargo ritirata però una settimana dopo essere stata annunciata) e ha interrotto (senza addurre spiegazioni ragionevoli) i rapporti con la società di revisione dei conti esterna lasciando letteralmente allibiti i maggiori osservatori. Sarebbe bastato fornire documenti certificati da un ente terzo che dimostrassero al di sopra di ogni ragionevole dubbio che sui conti della società sono depositati 2mld di dollari per spegnere sul nascere ogni polemica, ma questa prova così elementare in realtà non è mai arrivata. Nonostante nel novembre dello scorso anno Tether abbia annunciato una nuova relazione bancaria con la Deltec Bank (nelle Bahamas) rilasciando una lettera che certifica un deposito di $ 1,8 miliardi di dollari presso la banca, tale lettera non è stata considerata credibile dai maggiori osservatori dal momento che presenta una firma sostanzialmente illeggibile e, soprattutto, che il portavoce della banca, interpellato da bloomberg, non ha mai accettato di confermare le informazioni riportate. Nonostante tutto questo resto personalmente convinto che i dubbi sull’entità degli accantonamenti a copertura degli USDT siano sostanzialmente pretestuosi e frutto di ignoranza; intendiamoci, considero molto probabile che la Tether Holdings Limited stia operando sfruttando una specie di riserva frazionaria, per cui solo una quota percentuale della capitalizzazione totale di mercato è effettivamente accantonata mentre la quota restante viene probabilmente reinvestita, ma del resto sono le stesse banche che operano così. Se domani mattina tutti i correntisti italiani si precipitassero in banca per svuotare i loro conti il sistema bancario italiano (ma vale per qualunque paese) crollerebbe seduta stante per il semplice fatto che quei soldi fisicamente non ci sono tutti; le banche possiedono solo una piccola percentuale dei soldi che i correntisti versano, il resto viene reinvestito e in cassa rimane solo quanto necessario a garantire l’operatività dei correntisti. Quando parlo di ignoranza mi riferisco ai contenuti che spesso mi capita di leggere di persone che sostengono che 2mld di dollari siano una cifra troppo elevata per pensare che davvero la Tether Holdings Limited possa detenere un importo del genere; questo succede perché la percezione del denaro che molte persone hanno è completamente sfasata. In realtà 2mld di dollari non sono una cifra così esorbitante come potrebbe sembrare a noi persone comuni, si tratta invece di un importo abbastanza risibile per una società che opera come Tether in maniera perfettamente sovrapponibile a quella di una banca. Spesso mi rendo conto che le persone comuni (ed il mondo delle cripto è fatto in larga parte da persone comuni, come del resto sono anch’io) quando sentono cifre con un numero di zeri maggiore di 5 iniziano ad avere giramenti di testa e non capiscono più nulla; questo lo vediamo anche sul piano politico, quando qualche governo annuncia tronfio uno stanziamento di centinaia di milioni di euro all’opinione pubblica e questa non riesce a rendersi conto che anche se per una persona comune (che campa del proprio salario) si tratta di una cifra esorbitante in realtà 100, 200, 300 milioni di euro per il bilancio di uno stato sono briciole. Allo stesso modo, quindi, per una società che opera come la Tether Holdings Limited una cifra di 2mld di dollari non rappresenta un importo così esorbitante come invece a molti di noi sembra. Il fatto poi che in termini di accantonamenti possano avere in cassa solo 800mln di dollari (per dire, ho sparato una cifra a caso) invece che 2mld è completamente irrilevante dal momento che gli USDT non sono stati fatti per essere scambiati con valuta FIAT (cosa che infatti non è nemmeno prevista e che per altro non fa nessuno) ma per consentire l’operatività delle piattaforme di scambio. I primi utilizzatori di USDT, infatti, sono proprio gli exchange e, a ruota, i vari trader che ci operano sopra. Personalmente, quindi, pur non credendo che la Tether Holdings Limited abbia veramente accantonato 2mld di dollari sono moderamente sicuro che in realtà non ne abbiano nemmeno bisogno.

USDT e manipolazione del prezzo di Bitcoin

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Diversi osservatori, tra cui il noto blogger bitfinix’ed (tra i maggiori detrattori di usdt e bitfinex in circolazione) hanno avuto modo di mettere in relazione il boom del prezzo di bitcoin nel corso del 2017 con l’emissione di nuovi token USDT; per dimostrare questo si sono limitati ad evidenziare che il prezzo di Bitcoin tendeva a salire ogni volta che venivano rilasciati nuovi token USDT. Posto comunque che questo tipo di correlazione appare essere sostanzialmente spuria dal momento che non emerge in maniera sistematica ma solo in alcune circostanze, anche in questo caso si tratta di un’analisi che pare essere o figlia di ignoranza o addirittura faziosa. Abbiamo infatti detto che gli USDT sono usati dalle piattaforme di scambio per semplificare l’operatività dei trader, di conseguenza quando nel corso del 2017 il numero di utenti che aprivano un conto di trading iniziò ad aumentare esponenzialmente aumentò anche la domanda di token USDT da parte degli exchange. Provo a fare un facile esempio per capirci meglio; se una piattaforma di scambio ha 10.000 utenti e le servono (ad esempio) 100mln di USDT per garantire l’operatività a questi 10.000 trader, nel momento in cui la stessa piattaforma dovesse aumentare il numero di utenti da 10.000 a 50.000 (con conseguente aumento dei volumi) per garantire pari operatività avrà bisogno di immettere nuovi USDT. A far aumentare il valore di Bitcoin nel 2017 è stata la crescita esponenziale di utenti e trader, tale crescita ha stimolato la domanda di nuovi USDT da parte delle maggiori piattaforme di scambio ed ecco spiegato perché in concomitanza con l’aumento del valore di Bitcoin abbiamo assistito alla costante emissione di nuovi Token. Ma non era l’aumento degli USDT in circolazione a favorire la crescita del prezzo di BTC, ma l’esatto contrario; dal momento che il prezzo di BTC aumentava era necessario emettere nuovi USDT per garantire l’operatività standard alle maggiori piattaforme di scambio. Ovviamente online potete trovare tonnellate di documenti anche su testate giornalistiche importanti che, in vario modo, tentano di mettere in relazione la crescita del prezzo di Bitcoin del 2017 con l’emissione degli USDT; tali analisi possono risultare molto semplicistiche quando si limitano a sovrapporre due grafici (che è il miglior modo per produrre correlazioni spurie) o risultare estremamente sofisticate articolandosi attraverso complicate analisi degli scambi e dei volumi. La verità però è che in un mercato dove gli utenti non sono persone fisiche ma indirizzi si può arrivare a dimostrare tutto e il contrario di tutto; tempo fa, ad esempio, circolavano analisi secondo le quali l’80% (o giù di li) dei BTC in circolazione fosse di proprietà di una dozzina di individui. Peccato solo che gli indirizzi presentati da questi eccezionali analisti (alcuni anche affermati) fossero semplicemente quelli delle piattaforme di scambio e che quindi i bitcoin li depositati non fossero riconducibili a un unico proprietario ma a una molteplicità di trader. Questo tipo di sfondoni sono molto comuni soprattutto sui giornali mainstream dove a produrre i contenuti sono esperti (o presunti tali) di economia, che di criptovalute ne capiscono molto poco e che si limitano ad analizzare questo mercato nello stesso modo in cui analizzano quello azionario ostinandosi, tra le altre cose, a non comprendere che si tratta di due mondi profondamente differenti. Si può credere che gli USDT siano stati usati diffusamente per manipolare il prezzo di BTC solo se non si conosce (o si fa finta di non conoscere) come funziona l’operatività nel mondo del trading di criptovalute; chi invece conosce questo mondo sa che la spiegazione più credibile è anche quella più semplice e cioè che non si sono emessi nuovi USDT per favorire il rialzo del prezzo di BTC ma, in maniera molto più banale, si sono emessi nuovi USDT proprio perché il prezzo di BTC stava aumentando.

Conclusioni Tutte le polemiche che circolano intorno a USDT sono alimentate dal fatto che uno scandalo di grosse dimensioni che coinvolgesse tether potrebbe produrre un tracollo anche peggiore a quello provocato dal fallimento di MtGox arrivando ad uccidere tutto il mercato; il senso di questo tipo di analisi è che essendo tether legato all’operatività delle piattaforme di scambio se questo token azzerasse il proprio valore queste si troverebbero improvvisamente in pancia perdite astronomiche. Sembra sensato vero? E invece non lo è! Ancora una volta ci si dimentica a cosa servono gli USDT; nessuno al mondo compra tether per scambiarli con dollari americani, i trader comprano USDT per ripararsi dalla volatilità (non solo di bitcoin ma anche delle altcoin) e le piattaforme di scambio li comprano per garantire agli utenti determinati standard nell’operatività. Il presupposto, completamente sbagliato, è che in presenza di un grosso scandalo tutti (sia gli utenti che le piattaforme) si precipiterebbero a scambiare USDT con dollari americani; ma non è questo ciò che succederebbe, si può pensare una cosa del genere solo se si ignora completamente come funziona il mondo del trading di criptovalute. Quello che succederebbe, invece, è che tutti i possessori di USDT (sia gli utenti che le piattaforme) si precipiterebbero a scambiare i loro token con btc, favorendo quindi un aumento del prezzo probabilmente anche molto violento; in uno scenario di questo tipo è presumibile che tutto questo possa anche condurre all’azzeramento del valore degli USDT provocandone la morte e lasciando quindi gli sfortunati possessori del token in braghe di tela, ma non ci sono ragioni tecniche per immaginare che questo possa impattare negativamente sul prezzo di BTC se non ipotizzando una risposta estremamente emotiva e irrazionale del mercato. Bisogna poi aggiungere che la maturazione del mercato sta portando le maggiori piattaforme a ridurre la loro esposizione con USDT aprendo al trading anche con valute fiat; questo riduce quindi ancora di più i rischi per il mercato derivanti dall’eventuale implosione di tether. A fronte di tutto questo, in ogni caso, l’unica analisi sensata da fare (almeno a parere mio) è che USDT appare senza dubbio destinato a morire, ma non c’è bisogno di fare analisi particolarmente complesse per dimostrarlo; il motivo per cui USDT appare inevitabilmente destinato a morire è che, semplicemente, molto presto la sua utilità sarà praticamente nulla. USDT non ha alle spalle una comunità di utenti, non ha una rete decentralizzata, non ha uno scopo d’uso ne ha lo straccio di un caso d’uso, esiste perché c’era bisogno di uno strumento che permettesse ai trader di proteggersi dalla volatilità. Man mano che le piattaforme di scambio inizieranno (e sta già succedendo) a consentire di operare anche con valute FIAT semplicemente nessuno più userà USDT e questo token finirà col morire pacificamente senza provocare l’apocalisse con la quale tanti (troppi) osservatori hanno nei mesi scorsi terrorizzato gli investitori. Tutto questo ci serve per capire una cosa e cioè che molto spesso le cose sono molto più semplice di come qualcuno tenta di spacciarle; che USDT sia destinato a morire appare chiaro a chiunque, ma non serve fare analisi complicatissime per affermarlo ne (ancora meno) insultare l’intelligenza delle persone limitandosi a sovrapporre due grafici per dimostrare le proprie tesi. Molto semplicemente chi opera con le criptovalute sa che affinché un progetto abbia un futuro serve una comunità di utenti che spenda quella determinata criptovaluta, una comunità di sviluppatori che lavori continuamente per migliorarne le funzionalità, una rete di nodi che garantisca il corretto funzionamento della rete e, ovviamente, casi d’uso concreti che inducano la comunità ad utilizzare quelle criptovalute senza limitarsi a “collezionarle” sui loro wallet; se guardiamo a USDT non c’è nulla di tutto questo alle sue spalle e l’unica cosa che tiene ancora in vita questo progetto è il fatto che ancora molte piattaforme hanno bisogno di una stable coin per garantire l’operatività ai trader. Il fatto che molti exchange stiano aprendo il mercato anche alle valute FIAT unitamente al proliferare di piattaforme di scambio decentralizzate e allo sviluppo della tecnologia alla base degli atomic swap è sufficiente a dimostrare come USDT sia sostanzialmente svuotato di tutta la sua utilità e, inevitabilmente, quindi, destinato a morire; e non serve certamente ne una laurea in economia ne ancora meno essere l’editorialista di grido di un grande giornale mainstream per fare un’affermazione di questo tipo, basta (molto semplicemente) avere un minimo di conoscenza