ATM bitcoin, deviazioni illegali e il problema del tumbling

Gli ATM (Automated Teller Machine) del circuito Bitcoin non devono essere confusi con i bancomat tradizionali, piuttosto sono distributori in cui introdurre contanti per ottenere in cambio l’accredito in bitcoin sul proprio wallet personale o viceversa.

La prima postazione è stata introdotta nel 2014 e in Italia il primo ATM è stato inaugurato a Roma, presso il Luiss Enlabs alla Stazione Termini. Nell’immagine in basso si può osservare la distribuzione mondiale degli ATM dove è possibile acquisire bitcoin.

Attraverso gli ATM, l’utenza può ottenere bitcoin in maniera anonima per utilizzarli in un momento successivo nell’acquisto di beni o servizi financo illegali, contribuendo peraltro alla crescita dell’economia sommersa nel dark web.

Il problema è quello per cui le legislazioni di molti Stati spesso non fanno ricadere gli ATM del circuito bitcoin sotto la normativa antiriciclaggio, non attuando le appropriate verifiche sulla clientela e sulla raccolta dei dati sensibili. Negli Stati Uniti, ad esempio, gli ATM devono essere obbligatoriamente registrati come “money service business” (MSB) e dunque rispondono alle norme antiriciclaggio tipiche di questa categoria di attività.

Ciò nonostante, a prescindere da quanto viene richiesto a norma di legge, le informazioni necessarie sono spesso eludibili o aggirabili. Alcune compagnie USA richiedono soltanto il numero di telefono dell’utente, che può tranquillamente essere nascosto con una scheda prepagata e anonima. Altre società richiedono una fotocopia della carta di identità, sebbene i documenti falsi possono con semplicità essere forniti dal dark web o da altri metodi illeciti.

Considerata la potenziale fragilità del sistema ATM della principale valuta crittografata, non devono neppure essere passate sotto silenzio le cosiddette pratiche tumbling. Infatti per incrementare il grado di sicurezza delle transazioni gli utenti possono oscurare i dati relativi alle parti coinvolte nell’operazione finanziaria.

E’ noto invero che pur permettendo un alto livello di protezione degli utenti, le transazioni in bitcoin sono visibili , in quanto pubbliche, sulla blockchain ed in linea di massima si può trovare un punto di connessione tra il mondo virtuale ed il mondo reale. Scendendo nello specifico le pratiche tumbling sono in prevalenza attuate sul dark web ed eseguite grazie al supporto fornito da specifici intermediari denominati appunto “tumbler”, come Bitcoin Fog o BitMixer.

In questo modo un individuo può spacchettare un volume consistente di valuta digitale in una numerosa serie di dimensioni ridotte. Di fatto si otterranno tante transazioni di piccolo importo al posto di un unico grande trasferimento, che per le sue caratteristiche può più facilmente richiamare l’attenzione delle autorità. 

Tra l’altro, un sistema operativo del genere restituisce un effetto diversificazione dove una singola micro transazione, eventualmente intercettata dalle forze dell’ordine, peserebbe di meno sul totale trasferito. Il frazionamento attuato dalle pratiche di tumbling si riflette anche nelle attività di prelievo. Invero suddividere nel tempo le conversioni in bitcoin e i ritiri in moneta legale impedisce alle autorità di polizia di individuare un modello temporale dei movimenti, favorendo ancora una volta l’oscuramento delle attività.

Sul piano pratico ed attuativo le commissioni per i servizi di tumbling si calcolano corrispondenti ad una percentuale compresa tra il 5 ed il 15 per cento, essendo inoltre condizionate dal volume dei trasferimenti e dal livello di frammentazione dell’operazione finanziaria. Del resto l’utilizzo di più wallet su cui suddividere o da cui inviare l’importo risulta in genere un servizio aggiuntivo in quanto procura un più efficace offuscamento delle informazioni sensibili a fronte di un prezzo più alto, di solito tradotto in uno spread che viene aggiunto al tasso di cambio.

Per la vigilanza pubblica i riflessi più gravi legati alle tecniche di tumbling risiedono nella circostanza per cui la blockchain viene offuscata, complicando notevolmente rintracciare la fonte originale di un pagamento nonché riconoscere le operazioni sospette. Dal punto di vista tecnico si tratta di un meccanismo molto efficiente di reciclaggio a stratificazione, cd layering recycling, che invalida le motivazioni a fondamento della creazione di bitcoin ed a cui dovranno porre attenzione eventuali aggiornamenti.

D’altronde il mondo criminale che ha finora dubitato della effettiva anonimità di bitcoin ha spostato da tempo la propria attenzione ed i propri interessi anche su altre criptovalute, in grado di concedere una più efficace riservatezza, come ad esempio Monero. Questa cripto infatti implementa operazioni di tumbling in automatico, allo scopo di rendere le transazioni ancora meno tracciabili.

Le valute virtuali rappresentano un fenomeno globale che incorpora dunque aspetti strumentali di illegalità che trascendono le frontiere nazionali, e , come tale, richiederebbe la definizione di un quadro regolamentare il più possibile omogeneo e condiviso a livello mondiale. In breve, la sfida lanciata dalle criptovalute non pare ad oggi completamente recepita dagli ordinamenti nazionali, in quanto autorità e forze dell’ordine sono portate ad adattare le leggi vigenti a fattispecie su cui pesa una forte componente di incertezza giuridica. In pratica, l’assenza di una legislazione uniforme pone importanti problemi di intervento ed indagine che agevolano la possibilità di un uso distorto delle criptovalute.

Di Vincenzo Augello