Applicazioni blockchain e sistemi di certificazione del cibo

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Applicazioni blockchain e sistemi di certificazione food: la soluzione ai problemi della filiera alimentare

Il settore della filiera agro-alimentare è, come noto, uno dei settori che presenta maggiori criticità sotto molteplici punti di vista; dalla sicurezza dei prodotti che finiscono sulle nostre tavole alla contraffazione, dallo sfruttamento del lavoro minorile fino alle innumerevoli truffe nel mondo del bio, le criticità relative al mondo del food sono numerose almeno quanto gli scandali che periodicamente scioccano l’opinione pubblica. Fino ad oggi si è tentato di far fronte a questi problemi attraverso la dinamica degli enti di certificazione, un approccio che però negli anni ha mostrato tutti i propri limiti sia a causa degli enormi conflitti di interesse che avvelenano i controlli (sono le stesse aziende attive nell’agro-food a pagare gli enti per ottenere le certificazioni) sia a causa dell’impossibilità di controllare adeguatamente tutta la filiera. Ovviamente tutto quanto descritto in queste prime righe introduttive appare già oggi essere preistoria dal momento che la blockchain si appresta (ha anzi già iniziato) a rivoluzionare tutta la filiera di controllo dell’agroalimentare con ripercussioni che impattano su tutti: consumatori, produttori, catene di distribuzione. In questo post vogliamo quindi provare a capire un po’ meglio per quale motivo tra le innumerevoli applicazioni della blockchain quelle relative al cibo sono comunemente considerate quelle più interessanti dalla maggior parte degli osservatori.

Blochchain e food: il sistema di certificazione fa acqua da tutte le parti

Al giorno d’oggi i consumatori sono sempre più attenti a ciò che mangiano e non solo dal punto di vista della qualità del cibo ma anche per quanto riguarda il modo stesso in cui il cibo viene prodotto; non è quindi più solo un problema di sicurezza alimentare ma è diventato un tema etico. Il consumatore oggi vuole essere sicuro, ad esempio, che il cibo che consuma non sia stato prodotto sfruttando il lavoro minorile e che la produzione sia portata avanti in maniera sostenibile dal punto di vista ambientale. Che tipo di farmaci sono stati usati sul bestiame? Da dove proviene realmente questo alimento? Da dove provengono gli ingredienti usati per la produzione di un prodotto lavorato? Come sono trattati i lavoratori che producono il cibo che finisce sulla mia tavola? La carne che consumo proviene da allevamenti intensivi? Come posso essere sicuro che il cibo veg che consumo non sia stato prodotto sfruttando in qualche modo le fonti animali? Queste sono solo alcune delle domande che i consumatori si fanno continuamente senza trovare, il più delle volte, una risposta soddisfacente. Il modello in uso fino ad oggi si basa su enti certificatori, in pratica società private che certificano che un determinato prodotto, ad esempio, non abbia sfruttato il lavoro minorile o che, ancora, sia stato prodotto nel rispetto dei principi dell’agricoltura biologica. Questo sistema, però, come dimostrano i continui scandali che coinvolgono il mondo del food, fa acqua da tutte le parti; uno dei primi problemi è che i controlli non avvengono continuamente, durante tutto il ciclo di produzione, ma vengono fatti con cadenza periodica e questo non garantisce con sicurezza che tra un controllo e l’altro qualcuno non faccia il furbo. Uno degli scandali che ha sconvolto maggiormente l’opinione pubblica italiana, giusto per fare un esempio, riguarda uno degli alimenti più amati da tutti (direi non solo in Italia, ma nel mondo) e cioè il cioccolato; come dimostra un’inchiesta di report (cioccolato amaro, qui il link alla puntata http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-8af62339-0e42-4f20-b117-6ffc6d0e0e8e.html ) nonostante il cioccolato che consumiamo abbia tutte le certificazioni del caso relativamente al fatto che non venga prodotto sfruttando il lavoro minorile e danneggiando le riserve naturali protette in realtà ogni anno il mercato viene inondato da tonnellate di cacao prodotto proprio in questo modo. Lo sfruttamento del lavoro minorile così come la devastazione della foresta pluviale (leggi il report “CHOCOLATE’S DARK SECRET” prodotto da mighty earth alla pagina http://www.mightyearth.org/wp-content/uploads/2017/09/chocolates_dark_secret_english_web.pdf ) sono infatti ancora una costante nella produzione di cacao e questo nonostante i consumatori siano estremamente attenti a queste tematiche e in barba a tutti i bollini di qualità e certificazione che troviamo poi sulle confezioni che acquistiamo.

Come e perché la blockchain rivoluziona il mondo dell’agroalimentare

In tutto il discorso che abbiamo fatto nel paragrafo precedente si innesta direttamente la rivoluzione blockchain che grazie all’IOT (acronimo inglese di Internet Of Things) permette di tracciare tutta la filiera del food e di archiviare quei dati immediatamente su blockchain dove, come ben sappiamo, non possono più essere manipolati o alterati. La tecnologia con cui è realizzato bitcoin garantisce quindi l’assoluta trasparenza della filiera alimentare e, al contempo, rende quei dati pubblici e facilmente consultabili dai consumatori in ogni parte del mondo. Torniamo all’esempio del cacao per comprendere meglio quanto importante sia l’impatto di questa nuova tecnologia per arginare fenomeni come il lavoro minorile e la devastazione delle foreste pluviali; attraverso la presenza di sensori la produzione di ogni singola pianta può essere costantemente monitorata in ogni momento, tali sensori essendo geolocalizzati garantiscono che la produzione in questione avvenga effettivamente dove previsto e non all’interno di aree naturale protette. Ma non è finita qui, la produzione agricola infatti è qualcosa di scientifico ed è facilmente preventivabile la forza lavoro necessaria a realizzare una produzione di X tonnellate; in questo modo ogni produttore può essere obbligato a registrare su blockchain i contratti di lavoro ed è possibile assicurarsi che la sua produzione non venga realizzata sfruttando manodopera minorile. Se produrre una tonnellata di cacao (è solo un esempio, sto facendo numeri a caso) occorrono dieci lavoratori ogni imprenditore dovrà registrare su blockchain i contratti di lavoro di un numero di lavoratori che risulti congruo alla produzione realizzata, in caso contrario risulta evidente che quell’imprenditore agricolo sta facendo il furbo. Con questo sistema, quindi, è possibile sapere dove viene prodotto il cacao, in quali quantità, con quale manodopera, e basterà uno scostamento nei dati trasmessi alla blockchain a segnalare il rischio di frode; difficilmente un produttore che ha un appezzamento di terra pari a 100 ettari atto a realizzare una produzione di X tonnellate potrà legittimare una vendita pari a X tonnellate + Y. Difficilmente un produttore che per realizzare X tonnellate di prodotto ha necessariamente bisogno di 10 lavoratori potrà legittimare il fatto di aver registrato in blockchain soltanto 5 contratti di lavoro. Nel momento in cui tale modello si estenderà a tutte le parti in causa (produttori, trasformatori, distribuzione e consumatori) saremo dentro un sistema in cui ogni truffa sarà impossibile, un sistema pienamente decentralizzato in cui gli stipendi degli sviluppatori che lavorano a un determinato progetto saranno pagati dalle stesse parti in causa con costi anche inferiori rispetto a quelli sostenuti con gli enti certificatori; il modello pienamente decentralizzato, unitamente al principio di libera concorrenza, farà si che non sia possibile alcun conflitto d’interesse anche perché i controlli (da parte di giornalisti, associazioni di difesa dell’ambiente e consumatori) sono estremamente più semplici dal momento che parliamo di un sistema in cui chiunque può liberamente ed in qualunque momento accedere a tutta la mole di dati disponibili. I processi di vendita potranno essere gestiti attraverso smart contract e questo permetterà di escludere automaticamente dal mercato chi tenta di fare il furbo (nemmeno un grammo di cacao non registrato sulla blockchain potrebbe finire sul mercato senza che tutti ne vengano al corrente).

Alcuni progetti blockchain che lavorano sulla filiera del food

Come abbiamo già avuto modo di accennare le applicazioni della blockchain nell’agroalimentare sono tra quelle che hanno maggiormente attirato l’attenzione dei maggiori osservatori e analisti; si tratta di progetti in fase già avanzata e che in molti casi, come stiamo per vedere, coinvolgono veri e propri giganti della tecnologia. A seguire, quindi, come sempre facciamo, proviamo a presentare e a descrivere alcuni dei progetti più interessanti tra quelli già attivi nel mondo del food.

– FoodChain: nata su impulso di un ingegnere italiano (Marco Vitale) questo progetto è potenzialmente applicabile a qualunque filiera dell’agroalimentare anche se ha trovato le primissime applicazioni nel mondo del vino

– AgriOpenData: altro progetto interamente italiano che mira a rendere interamente tracciabile tutta la filiera di produzione e trasformazione dei prodotti agricoli (con un occhio di riguardo per le produzioni bio e docg), certificandone così qualità e provenienza con la massima trasparenza

– Chainvine: start-up svedese fondata a Stoccolma nel 2016 nata, come il nome stesso suggerisce, col chiaro scopo di rivoluzionare il mondo del vino ma le cui possibili applicazioni si estendono sostanzialmente a qualunque tipo di produzione tanto che attualmente ha avviato una partnership con Stena Steel (colosso svedese nella produzione di acciaio)

– IBM Food Trust: progetto di cui si è parlato molto sui giornali di tutto il mondo dal momento che coinvolge uno dei più grandi colossi al mondo dell’informatica; IBM utilizza la tecnologia blockchain per creare visibilità e responsabilità senza precedenti nella filiera alimentare. È l’unica rete di questo tipo che collega coltivatori, trasformatori, distributori e rivenditori attraverso una registrazione autorizzata, permanente e condivisa dei dati del sistema alimentare

Conclusioni

Come spesso mi capita quando tratto argomenti così complessi nella stesura di questo articolo mi sono trovato costretto a semplificare molte cose e a saltarne completamente delle altre; vorrei cogliere quindi l’opportunità in questo paragrafo conclusivo e tentare di recuperare, entro i limiti del possibile, queste mie omissioni. Dalla lettura di questo articolo qualcuno potrebbe essere stato indotto a credere che la blockchain rappresenti sostanzialmente un ostacolo per gli agricoltori, dal momento che rende la loro attività più soggetta a controlli rigidi ed estremamente più complessa da portare avanti; le cose non stanno affatto così e questa tecnologia offre agli agricoltori opportunità mai viste prima d’ora. Attraverso la tracciabilità completa dei processi di produzione gli agricoltori possono ottimizzare la loro attività in un modo che sarebbe stato impensabile fino a soli dieci anni fa. Ogni trattamento, persino l’erogazione dell’acqua, può essere fatto in maniera estremamente intelligente, riducendo sprechi (e conseguentemente i costi) oltre che alzando in maniera importante i margini di profitto di chi opera in questo settore. Un altro punto che sono stato costretto a saltare del tutto riguarda il fatto che la tecnologia in generale sta rivoluzionando il modo di fare agricoltura, un passaggio che avrebbe certamente meritato maggior spazio riguarda infatti le colture idroponiche che sono (a mio parere) il futuro dell’agricoltura; con questo nuovo sistema si produce al chiuso, e non c’è bisogno di terra (particolare estremamente importante in un mondo come quello moderno in cui le terre coltivabili diminuiscono sempre più inducendo soprattutto i piccoli produttori a ricorrere alla deforestazione). La produzione agricola idroponica è estremamente tecnologica, si fonda già sul monitoraggio continuo e totale di tutto il processo di produzione, è (per usare una terminologia molto in voga oggi) una “agricoltura smart” che attinge già a piene mani dalla tecnologia ed appare già strutturata per sfruttare al massimo le possibilità offerte da IOT e blockchain. Siamo quindi agli albori di una nuova era in cui vedremo completamente rivoluzionata l’attività dell’agricoltore e in cui il modo di produrre il cibo così come comunemente lo immaginiamo tutti (il contadino, la fattoria, l’appezzamento di terra) è destinato progressivamente a sparire facendo spazio a un nuovo modello molto più evoluto, più sostenibile sotto il profilo ambientale, che non contempla lo sfruttamento dei lavoratori (tanto più del lavoro minorile) e in cui l’agricoltore inizia sempre più ad assomigliare a uno scienziato che non passa più le sue giornate con le mani sporche di terra ma la cui attività si basa essenzialmente sulla raccolta e l’analisi dei dati.