Capire l’economia: cos’è l’Austerity

Per intervenire sul sistema economico i responsabili della politica economica hanno a loro disposizione due grandi categorie di interventi. La prima è la politica monetaria, che in Europa viene controllata dalla Banca Centrale Europea di Francoforte. Strumenti della politica monetaria sono le variazioni dello stock di moneta, le variazioni del tasso di interesse ovvero del costo del denaro a cui la banca centrale presta denaro alle banche. La seconda categoria di interventi è la politica fiscale sottoposta al controllo del Parlamento e attuata generalmente dall’esecutivo. Strumenti di politica fiscale sono le aliquote d’imposta e la spesa pubblica. Purtroppo una delle caratteristiche principali della politica economica è che gli effetti della politica monetaria e fiscale sul sistema economico non sono completamente prevedibili, né nei tempi né nella misura in cui influenzano la domanda e l’offerta. Ecco perché un regime di Austerity perdura spesso per un periodo non determinabile a priori.

Ma che cosa è l’austerity ? Dell’austerity se ne sente discutere e se ne è sentito parlare tanto, e probabilmente è giunto il momento di capire come funziona e come possa rappresentare una metodologia di salvataggio di uno Stato in recessione o depressione economica.  In effetti di austerity ne parlano i telegiornali, e opinioni al riguardo si leggono sui quotidiani, peraltro la Rete sui portali economici non manca di citarne le conseguenze sull’economia. Tuttavia non tutti i traders considerano cosa sia una politica indirizzata verso l’austerità. Connessa con la politica economica, l’austerity è una maniera di prevedere una politica di bilancio restrittiva posta in essere da uno Stato in difficoltà. Le strategie messe in atto dai sostenitori di questa politica si concretano in tagli ed azioni di contenimento alle spese pubbliche, spending  review, stretta sulle pensioni, innalzamento del gettito fiscale con l’obiettivo finale di ridurre il deficit pubblico.

Con l’austerity dunque i governi decidono di ricorrere a questa misura per ridurre la differenza tra entrate ed uscite dal bilancio pubblico. In politica economica peraltro il termine austerity fa riferimento ad una misura di salvataggio dell’economia di una nazione che non ha i conti in ordine e versa pertanto in uno stato di tendenziale recessione economica. In breve gli istituti di credito ed i governi che avallano una politica di austerity considerano che una crisi economica possa essere risolta mediante un intervento sulla spesa pubblica e sui salari, attraverso strategie di contenimento delle uscite. Infatti solo con lo snellimento della burocrazia, ossia mediante la spending review si trasforma l’economia di uno Stato che diventa più dinamica, competitiva e con i requisiti per tornare a crescere.

Ciononostante i detrattori della teoria fanno notare che questa politica economica messa a regime da vari governi in difficoltà non consente di raggiungere i risultati sperati e non sia di vero sostegno nel risolvere definitavamente i dissesti finanziari. Costoro sottolineano che l’austerity  ha appesantito le crisi economiche e recessive degli stati che hanno adottato le misure di contenimento delle spese pubbliche e dei salari nazionali. Di conseguenza dovrebbe oggigiorno sfatarsi il mito che la politica economica di austerità possa arrecare solo vantaggi economici,  poiché in un contesto macroeconomico globalizzato ha rivelato significativi limiti e fallimenti.

ACCENNI STORICI: le politiche economiche basate sull’austerità, definite anche le “politiche del rigore”, assunsero un notevole rilievo durante la Grande Depressione avvenuta negli Stati Uniti negli anni 30 del XX secolo. Il grande economista britannico, fondatore della macroeconomia, John Maynard Keynes,  ufficializzò le strategie della cosiddetta “rivoluzione keynesiana”, pensate  per perseguire la ripresa degli Stati Uniti dopo la profonda crisi economica del 1929. Tra i provvedimenti  attuati dal governo americano vi fu l’interruzione delle misure di austerity visto che non erano sufficienti a far ripartire l’economia. Di qui emersero tutti i limiti delle politiche economiche fondate sull’austerità, di fatto anche oggi i neo-keynesiani ritengono che la ripresa economica mediante l’austerity possa venire ostacolata da differenti fattori e probabili rischi.

In realtà sono numerose le conseguenza che l’austerità può aggiungere ad un sistema in crisi: troppi tagli alle spese e l’incremento importante delle tasse, ha come effetto indiretto l’eccessivo risparmio di denaro da parte della collettività, apportando una significativa riduzione dei consumi e del livello di spesa da parte di tutti i cittadini che si impoveriscono, mentre la liquidità generale diminuisce. In effetti attraverso misure di austerità troppo rigide la comunità amministrata si ritrova nel cosidetto “paradosso della parsimonia”, ovvero in una trappola economica che “asciuga” la circolazione monetaria.

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In conclusione l’austerity può provocare un aggravamento della recessione economica, della fiducia dei mercati finanziari e della riduzione del PIL. Nonostante il fallimento perlopiù teorico delle politiche di austerità, in molti governi si continua ad adottare misure rigorose, specialmente in quelli in cui lo Stato è esposto al rischio di non essere in grado di adempiere ai suoi obblighi bancari. Di fatto l’austerità in tempi recenti è tornata ad essere una politica economica perseguita, in quanto i fautori di questa metodologia sostengono che lo scopo di un esecutivo è quello di dimostrare ai creditori la solvibilità del Sistema Paese al fine di ripianare e risanare il deficit.

Di Vincenzo Augello